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Centri per migranti: in 12 dentro a un container di 25 metri quadri

In 1 on febbraio 2, 2010 at 6:43 pm

Centri per migranti in Italia, zone di extraterritorialità: una “no man’s land” con alte mura di cinta, filo spinato e sbarre di ferro vigilate da agenti armati e, all’interno, alloggi isolati dal resto della struttura da inferriate e cancelli serrati. Dentro, come nel caso di Foggia e Crotone, 12 persone pigiate in container fatiscenti di 25 metri quadrati. Si mangia per terra o sulle brande, si sopravvive a fatica. In quello di Roma si è attesa carta igienica e sapone per due settimane. Spesso il disagio trova sfoghi violenti, che però restano quasi sempre nascosti dietro le mura di recinzione: gesti di autolesionismo, incendi dolosi e vandalismi, suicidi, sommosse. E’ un mondo buio e spesso senza diritti quello descritto nella relazione firmata da Medici senza Frontiere sulle strutture italiane per i migranti. Sono temi importanti, ci sono di mezzo civiltà e futuro, e saranno ripresi giovedì 4 febbraio, alle 15,30, in un convegno aperto al pubblico nella Sala conferenze della Camera dei deputati.

Migranti nei centri italiani Migranti nei centri italiani    Migranti nei centri italiani    Migranti nei centri italiani    Migranti nei centri italiani    Migranti nei centri italiani    Migranti nei centri italiani    Migranti nei centri italiani

L’INDAGINE – L’ indagine è basata su due diverse visite condotte da medici, infermieri e psicologi di Medici senza Frontiere a distanza di otto mesi, tra il 2008 e il 2009, in 21 centri suddivisi nelle tre differenti categorie tra CIE, Centri di identificazione ed espulsione, CARA, Centri di accoglienza per richiedenti asilo e CDA, Centri di accoglienza disseminati sul territorio nazionale (vedi scheda). E il quadro di soprusi è allarmante: «I centri per immigrati sembrano operare come enclave con regole, relazioni e dimensioni di vita propri, senza controlli esterni e di indicatori di qualità». Secondo l’indagine di Msf, la gestione dei centri per migranti, nonostante siano stati istituti ormai da più di un decennio, sembra ancora ispirata da un approccio di emergenza e in larga parte lasciata alla discrezionalità dei singoli enti gestori. «Basta un fatto per spiegare il contesto di questo sistema -spiega Ronaldo Magnano – per questi centri, a differenza di quanto deve avvenire anche per un canile, non serve nessuna certificazione della sanità pubblica». E Medici senza Frontiere denuncia anche la scarsa trasparenza. «Ci siamo trovati di fronte a un atteggiamento ostile da parte dei gestori, incontrando difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere in determinate aree. Emblematici i casi dei centri di Lampedusa e del Cie di Bari dove è stata negata dalla Prefettura l’autorizzazione a entrare nelle aree alloggiative, nonostante la visita di Msf fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso».

LE STRUTTURE – I centri per i migranti dovrebbero rispondere ad esigenze molto diverse tra loro. Lo prevede la legge ma, salvo eccezioni, non lo fanno. Dietro a queste mura tutto si mischia: nei centri si accalcano vittime di tratta, di sfruttamento, di tortura, di persecuzioni, così come individui in fuga da conflitti, altri affetti da tossicodipendenze, da patologie croniche, infettive o mentali, oppure stranieri che vantano anni di soggiorno in Italia, con un lavoro, una casa e la famiglia. Altri invece sono appena arrivati. In questi luoghi quindi si intrecciano storie di fragilità estremamente eterogenee tra loro da un punto di vista sanitario, giuridico, sociale e umano, a cui corrispondono esigenze molto diversificate. E invece dietro a quelle mura spesso tutto si mischia, e si nasconde. In questa promiscuità i rischi sono alti e uno è evidente: si espongono i trattenuti più fragili a vessazioni e angherie soprattutto da parte di coloro che, provenendo dal carcere, hanno già un’esperienza di detenzione. In questo modo si ostacola anche il riconoscimento e l’aiuto dei soggetti più vulnerabili.

LA POPOLAZIONE: IL 40%ARRIVA DAL CARCERE – In mezzo alla ressa dei disperati, di solito vincono i forti. Anche per una questione numerica: la popolazione che si trova all’interno dei Cie è costituita per il 40% da gente che arriva dal carcere, dove non è stato possibile identificarli, oppure non si è riusciti a organizzare alla loro espulsione. In questo modo, per l’incapacità delle strutture amministrative preposte, si determina un allungamento del periodo di detenzione. Secondo Msf il personale dedicato ai diversi servizi, in particolare nei CARA e CDA (sanitario, socio assistenziale, informativo, mediazione culturale, ricreativi e legale) quasi sempre è sottodimensionato rispetto all’ampiezza e alle esigenze dell’utenza, non dispone di protocolli per l’identificazione dei soggetti vulnerabili e, in alcuni casi, opera in centri di dimensioni enormi e sovraffollati. In conclusione«questo sistema sembra perseguire non tanto una finalità di contrasto all’immigrazione irregolare, quanto una funzione simbolica “di confinamento” di un fenomeno per offrire all’opinione pubblica la scena di un suo possibile contenimento». Ma così, secondo Medici senza Frontiere, questo sistema non funziona.

IL MINISTERO: «POSIZIONE IDEOLOGICA» – Il ministero dell’Interno ha replicato poco dopo la publicazione del rapporto: «Tutti i centri sono aperti da ormai tre anni alle visite e ai sopralluoghi di autorità politiche, di istituzioni e di giornalisti – ha replicato il capo dipartimento del ministero dell’Interno Mario Morcone – cosicché chiunque può accertarsi delle reali condizioni di accoglienza e ospitalità. I servizi sono stati tarati nel tempo sui più alti standard europei. Agli ospiti sono garantiti sia il rispetto delle diverse appartenenze culturali, etcniche, religiose e linguistiche, sia un’adeguata assistenza socio-sanitaria. La posizione tutta ideologica di Msf – ha aggiunto Morcone – è sotto gli occhi di tutti già dalla vicenda di Lampedusa e quasi sempre non corrisponde al vero».

Stefano Rodi
01 febbraio 2010(ultima modifica: 02 febbraio 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA

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