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Il paradiso d’Africa distrutto dalla guerra

In 1 on febbraio 20, 2010 at 2:59 pm

Gorongosa un tempo era considerato «il luogo in cui Noè lasciò la sua arca». Ma i grandi animali sono scomparsi

SU Nat Geo Wild il reportage sulla ricostruzione dell’antico Eden del Mozambico

Il paradiso d’Africa distrutto dalla guerra

Gorongosa un tempo era considerato «il luogo in cui Noè lasciò la sua arca». Ma i grandi animali sono scomparsi

 

 

 

 MILANO – Che fine hanno fatto i leoni? E gli elefanti? E gli altri grandi animali della savana ? Quello che un tempo era definito come «il luogo dove Noé lasciò la sua Arca», con buona pace dei ogni riferimento biblico al monte Ararat, ha perso molto di quello che per secoli ne ha fatto un vero Paradiso. La guerra civile che per 15 anni ha devastato il Mozambico, tra il 1975 e il 1992, non ha risparmiato gli animali. Uccisi dai soldati che si sono nutriti della loro carne. Abbattuti per lucrare con il commercio dell’avorio, delle pelli e di altre parti del loro corpo. Quelli che nell’immaginario collettivo sono i simboli stessi dell’Africa, i grandi mammiferi e i grandi predatori, sono quasi totalmente scomparsi da Gorongosa, il Parco nazionale che fino agli anni Sessanta era il vanto di queste zone e che per la sua bellezza aveva attirato moltissimi visitatori e grandi nomi del cinema, come John Wayne e Gregory Peck.

Il «popolo» di Gorongosa Il «popolo» di Gorongosa    Il «popolo» di Gorongosa    Il «popolo» di Gorongosa    Il «popolo» di Gorongosa    Il «popolo» di Gorongosa    Il «popolo» di Gorongosa    Il «popolo» di Gorongosa

GLI ANNI DELLA GUERRA – Quattromila chilometri quadrati di pianure alluvionali ricche di vegetazione e di fauna, animali di ogni genere, oltre 500 specie di uccelli: la riserva di Gorongosa, dal nome della montagna alta poco meno di 2 mila metri che la domina nella parte meridionale della Rift Valley orientale, era soprattutto questo. Poi, però, l’uomo si è messo di mezzo e i fucili hanno incominciato a sparare. La contrapposizione tra il Renamo e il Frelimo, le due opposte fazioni che hanno insanguinato il Mozambico, è incominciata nel 1975, quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza dal Portogallo. Nel 1992 i due gruppi firmarono gli accordi di pace di Roma (l’Italia guidò la coalizione militare dell’Onu incaricata della pacificazione e del ritiro delle armi) e diedero vita ad una nuova costituzione di stampo democratico.

IL PROGETTO DI RINASCITA – Sono passati 22 anni da allora, ma i danni provocati dal conflitto sono ancora evidenti. Si calcola che almeno il 95% dei grandi mammiferi sia scomparso negli anni della guerra. Solo i coccodrilli del Nilo, tra gli altri grandi abitanti dell’«Arca», hanno mantenuto una presenza significativa sul territorio. Nel gennaio di due anni fa la Carr Foundation, un’organizzazione no-profit americana, ha siglato un accordo con il governo del Mozambico per proteggere e far rinascere l’ecosistema di Gorongosa. La fondazione ha un contratto di 20 anni per la gestione del Parco. E un grande obiettivo: farlo tornare agli antichi splendori. E’ già iniziata la reintroduzione degli animali erbivori; in un secondo momento sarà possibile dedicarsi al ritorno dei predatori. Il team della fondazione sta anche operando per il trasferimento a Gorongosa di elefanti dal parco di Kruger, in Sudafrica.

I NUOVI NOE’ – Gli uomini e le donne che lavorano a questo progetto sono considerati i nuovi Noè, coloro che dovranno ricostituire con pazienza l’antica popolazione dell’«Arca». A loro, ai loro sforzi, ai loro progetti e anche ai loro sogni è dedicato «Africa, the lost paradise», il documentario prodotto da National Geographic che lunedì sera sarà possibile vedere anche sul canale Nat Geo Wild (canale 405 di Sky, ore 20,30). Le immagini sono spettacolari e dicono da sole dell’importanza di salvaguardare un ambiente unico e prezioso come questo. L’operazione di ripopolamento sarà lunga e difficile. Anche perché nuove minacce incombono sul futuro del parco. Anche in questo pezzo d’Africa bisogna fare i conti con la progressiva deforestazione e con le conseguenze sulla sopravvivenza della fauna. Ma anche dell’uomo, considerando quanto importante il Parco può essere per lo sviluppo economico dell’area. «Garantire un futuro a Gorongosa e proteggerne la biodiversità – spiega Greg Carr, il “papà” della fondazione che porta il suo nome – significa anche questo: sostenere una popolazione provata da anni di guerre». La sfida si annuncia ardua. E il lavoro è solo all’inizio.

Al. S.

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