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Cambiamenti climatici: da Bonn verso Cancun, come i gamberi ma nella bufera

In Senza categoria on agosto 11, 2010 at 7:59 am

 

Pakistan dopo l’alluvione – Foto: ©Cesvi

Mentre intere regioni del Pakistan e della Cina soccombevano ad alluvioni con effetti peggiori dello tsunami, le piogge torrenziali si abbattevano sull’Europa centrale, in Russia scoppiavano i prini incendi a causa del calore e in Groenlandia si staccava una massa di ghiaccio grande quanto l’Elba, nei giorni scorsi a Bonn si concludevano i negoziati in vista della prossima Conferenza delle Parti (COP 16) della Convenzione quadro dell’Onu sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), prevista per il prossimo dicembre a Cancun.

Vi hanno partecipato i rappresentanti di 194 governi con due obiettivi principali: quello di trovare un successore al Protocollo di Kyoto, e stilare un accordo di cooperazione a lungo termine. Quello firmato a Kyoto per ora è l’unico documento vincolante in materia di emissioni e di lotta ai cambiamenti climatici. La scadenza di questo documento – al quale peraltro non hanno mai aderito né USA né Cina, due tra i paesi più inquinanti al mondo – è previsto per il 2012.

Le premesse non sono buone, molti delegati riuniti per 5 giorni nella città tedesca dicono che si sono fatti passi indietro rispetto a Copenaghen, dove dopo un’impasse insormontabile gli Stati Uniti e altri pochi paesi hanno proposto un testo last minute, basato su deboli impegni di riduzione delle emissioni volontari ma senza nessun vincolo. Viene chiamato l’Accordo di Copenaghen (in .pdf) anche se in realtà non è stato “adottato” e dunque non ha nessuna legittimità. Di fatto rappresenta solo un testo da cui si pensava si potesse ripartire per i negoziati successivi.

Anzi, è stato criticato dalla maggior parte dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo – la piccola isola di Tuvalu in testa – contribuendo a instaurare un clima di reciproca sfiducia tra Paesi ricchi, che cercano di mantenere una sorta di status quo attivando un mercato delle emissioni che di fatto non riduce le emissioni, e i Paesi poveri che chiedono un maggiore impegno ai responsabili della situazione attuale e fondi per l’adattamento per chi pur non avendo nessuna responsabilità deve affrontare tutti i giorni gli effetti negativi dei cambiamenti climatici.

Il risultato di questo penultimo giro di negoziazioni – l’ultimo sarà il prossimo ottobre a Tianjin in Cina – prima dell’appuntamento messicano è apparso un rimescolamento delle carte rimettendo in discussione lo stesso accordo di Copenaghen. Tutti i paesi hanno radicalizzato le proprie posizioni aumentando così di fatto tutte le opzioni percorribili e allontanando qualsiasi ipotesi di compromesso tra Paesi.

Ridurre le opzioni sul tavolo dei negoziati sul clima” è stato l’appello lanciato dal nuovo segretario esecutivo della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), Christiana Figueres, al termine dei lavori di Bonn (speach finale in .pdf). Nonostante la mancanza di segnali positivi, secondo Figueres, in Messico potranno comunque essere prese una serie di decisioni, come impegni per la gestione e l’allocazione dei fondi per la lotta contro i cambiamenti climatici e l’incremento del trasferimento di tecnologia, specialmente per i Paesi più poveri e vulnerabili. “Progressi a Cancun – ha aggiunto – potrebbero anche includere un mandato per portare avanti il processo verso un accordo con valore vincolante che prenderebbe più tempo”.

Il testo della bozza di intesa per quanto riguarda la cooperazione a lungo termine è passato da 17 a 34 pagine. Anche le discussione sui fondi necessari per finanziare la mitigazione e le conseguenze del riscaldamento globale e la trasformazione delle economie sono precipitate di nuovo nella bufera. A Copenaghen si era deciso che i Paesi ricchi avrebbero stanziato 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, ma fino ad ora nessuno si è impegnato per trovare questi fondi.

E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate. Sono i paesi delle piccole isole del Pacifico che non ci stanno e già a Copenaghen manifestarono i loro problemi concreti e chiedevano innanzitutto il rispetto del Protocollo di Kyoto. Gli scienziati sono convinti che i livelli dei mari aumenteranno come conseguenza del riscaldamento del pianeta causato a sua volta dalle emissioni di gas effetto serra. Se non si inverte questa tendenza Kiribati e altre piccole isole del Pacifico potrebbero essere sommerse entro questo secolo.

Secondo i rappresentanti delle piccole isole è inammissibile che si parli di accettare un aumento delle temperature di due gradi come era stato proposto a Copenaghen. Rajendra K. Pachauri Presidente dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e Premio Nobel per la Pace 2007 dice che “dobbiamo concentrarci in aree specifiche e avere una visione realista. E’ necessario un accordo ambizioso che regoli aree come la deforestazione, la regolamentazione dell’industria aerea, i finanziamenti per i paesi più vulnerabili e con minori risorse sono punti fondamentali che non possiamo rimandare alla prossima Conferenza delle Parti, così come gli accordi globali sulla mitigazione e adattamento”.

Pachauri è convinto che fino ad ora non si è tenuto sufficientemente conto della scienza in materia di cambiamenti climatici, tanto è che non solo non sono diminuite le emissioni, ma sono aumentate del 70% tra il 1970 e il 2004. E nonostante siano ormai più di 30 anni che si parla degli effetti negativi delle emissioni solo da pochi anni si iniziano a prendere sul serio. Ora secondo lo scienziato indiano è necessario investire il 3% del Pil globale altrimenti i costi saranno incalcolabili.

La responsabilità storica dei paesi ricchi

Durante i lavori della settimana la Bolivia ma anche altri paesi dei Sud del mondo hanno sollevato la questione della responsabilità storica dei paesi ricchi nei cambiamenti climatici (in .pdf). Per questo propongono che i criteri per la lotta ai cambiamenti climatici vengano stabiliti in base a equità e numero di popolazione, tenendo conto delle responsabilità storiche. Il riferimento è ai paesi ricchi che hanno sovrautilizzato lo spazio atmosferico producendo some risultato un debito climatico nei confronti dei paesi poveri.

Anche l’Uganda ha dichiarato nel corso dei lavori che ogni paese dovrebbe pagare secondo il suo impatto storico sui cambiamenti climatici e che il denaro ottenuto dovrebbe essere utilizzato per le strategie di riduzione delle emissioni. Huang Huikang, rappresentante speciale del Ministero di Relazioni Esterne Cinese ha dichiarato chei Paesi sviluppati devono assumersi le proprie responsabilità storiche, legali e morali per il cambiamenti climatici. Negli ultimi 200 anni i paesi sviluppati hanno generato una grande accumulazione di diossido di carbonio dovuto al loto modo di produzione e il loro stile di vita. La responsabilità storica è abbastanza chiara” – ha affermato il rappresenta cinese.

L’organizzazione ambientalista Friends of the Earth Europe durante i lavori di Bonn ha ribadito un concetto già espresso dalla delegazione boliviana alle precedenti negoziazioni. La pericolosità dell’esistenza di numerose lacune legali presenti nel Protocollo di Kyoto che potrebbero minacciare seriamente gli sforzi per fare fronte ai cambiamenti climatici. Di queste lacune – avverte Amici della Terra – potrebbero approfittare l’Unione europea e altri paesi storicamente responsabili per continuare a mantenere invariati i livelli attuali delle emissioni.

Héctor de Prado della sezione spagnola di Amici della Terra ha dichiarato che è frustante vedere come per queste lacune legali l’Europa non manterrà neppure il suo debole impegno di riduzione delle emissioni del 20% per il 2010. L’altro numero di compensazioni consentite dal documento di fatto annulla qualsiasi tipo di riduzione significativa. I paesi industrializzati devono smetterla di nascondersi dietro i tecnicismi delle negoziazioni e lavorare una volta per tutte per sopperire a queste lacune legali. L’Europa deve impegnarsi a ridurre del 40% le sue emissioni per il 2020 senza usare il sistema delle compensazioni”.

Il prossimo appuntamento ufficiale per le negoziazioni è previsto nella città cinese di Tianjin. “Per raggiungere risultati a Cancun – ha detto Figueres alla chiusura dei lavori – i governi devono ridurre in maniera radicale le opzioni sul tavolo”. Un’opportunità potrebbero essere gli incontri di alto livello previsti a settembre a New York e a Ginevra, prima dell’ultimo round dei negoziati, dal 4 al 9 ottobre appunto a Tianjin.

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