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CRBM: 100 miliardi di dollari l’anno per l’ambiente non bastano

In Senza categoria on settembre 28, 2010 at 8:36 am

Foto: Ecoo

A metà settembre le Nazioni Unite hanno celebrato la Giornata Mondiale della Democrazia, giornata che sembra aver avuto poco a che fare con il recente meeting informale di Ginevra su finanza e ambiente, al quale hanno partecipato 46 Paesi dall’elevato peso politico nell’ambito dei negoziati sull’ambiente.

L’incontro è stato convocato su iniziativa del governo Svizzero e di quello Messicano e si è svolto, denuncia La Campagna per la Riforma della Banca mondiale (CRBM), “secondo una logica dove i più forti decidono” complicando una convergenza con i paesi in via di sviluppo in vista dell’appuntamento di dicembre a Cancun dove, dopo i non proprio esaltanti risultati della conferenza di Copenhaghen, i grandi della Terra cercheranno di trovare un accordo sul clima nella la sedicesima conferenza ONU sul tema.

La CRBM, Friends of the Earth, Institute for Policy Studies e numerose altre organizzazioni di tutto il mondo avevano chiesto ai rappresentanti governativi con un documento di cambiare radicalmente approccio sull’importante questione della finanza per il clima, ponendo come priorità l’aiuto ai Paesi poveri per far fronte agli impatti del surriscaldamento globale e la transizione verso economie basate su fonti energetiche pulite.

La proposta è stata fatta, ma il risultato dell’incontro lascia ancora dubbi, nonostante per il ministro degli esteri messicano Patricia Espinosa, che presiederà la prossima conferenza di Cancun, l’incontro informale di Ginevra abbia posto “una pietra miliare per la preparazione del vertice messicano”. I dispacci di agenzia parlano di “visioni più chiare sulla finanza per il clima” e riportano “la possibilità di un accordo da parte dei 194 Paesi che rientrano nella Convenzione sul Clima” sulla creazione di un “Green Fund” già durante la conferenza di Cancun di fine anno.

Entro il 2020, ha concluso l’elite dei 46, il fondo dovrebbe ricevere versamenti pari a 100 miliardi di dollari l’anno, ma in realtà gli Stati Uniti hanno già fatto sapere che non si discosteranno dalla posizione negoziale assunta lo scorso dicembre al disastroso vertice di Copenhagen, quando gli assegni per le misure di adattamento e mitigazione agli effetti dei cambiamenti climatici erano stati vincolati alla riduzione delle emissioni di gas serra da parte anche delle economie emergenti e soprattutto al sistema di monitoraggio di tali provvedimenti.

Per CRBM la quota dei 100 miliari di dollari è ritenuta in ogni caso insufficiente per attivare le misure necessarie a stabilizzare le emissioni di gas di serra ed è ben lontana dai 30 miliardi per il triennio 2010-12 proposti a Copenhagen. Servono molti più soldi, forse addirittura il quadruplo. “Si parla di una cifra intorno ai 100 miliardi di dollari l’anno, senza però che ci siano né delle basi scientifiche né negoziali al proposito”, ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM. “Purtroppo quella cifra non è sufficiente per stabilizzare le emissioni di gas serra e quindi garantire la sopravvivenza dei Paesi più poveri e più impattati dagli effetti del surriscaldamento globale”.

In base ai risultati dell’incontro inoltre non è ancora chiaro se è intenzione dei governi mettere a disposizione finanziamenti pubblici o incentivare il ruolo del mercato. Per questo nell’agenda del meeting ginevrino oltre alla creazione di un fondo climatico globale, si è anche affrontato il ruolo del settore privato in questo ambito, altro tema caldo per le ong.

“Invece di riservare tanta enfasi al settore privato e a strumenti inadeguati come il mercato di crediti di carbonio, i governi del Nord del mondo dovrebbero iniziare a far fronte ai loro obblighi e realizzare un fondo globale più solido che operi nell’ambito delle Nazioni Unite e non di altre istituzioni, come la Banca mondiale, la quale ha un record ambientale a dir poco inadeguato”, ha concluso la Gerebizza.

Di recente Cina e G77 (il gruppo dei paesi del Sud) hanno chiesto che il Nord impegni l’1,5 % del suo prodotto lordo complessivo per evitare catastrofi peggiori di quelle che già adesso sconquassano intere regioni come quella accaduta in agosto in Pakistan. Il dato di fatto è che mentre nel 2007, al vertice sul clima di Bali, i paesi ricchi si impegnarono a garantire il contributo finanziario e il trasferimento di tecnologie necessari adesso, adducendo anche la scusa della crisi, si tirano indietro e nella migliore delle ipotesi provano a riciclare promesse fatte in passato.

Alla luce dei risultati ginevrini le organizzazioni della società civile internazionale chiedono congiuntamente che l’agenda della finanza per il clima in vista sia completamente rivista e si ispiri, proprio alla Road Map di Bali.

Nel documento pubblicato sul loro nuovo sito, www.globalclimatefund.org, il suggerimento è anche organizzativo: “speriamo che il Fondo globale per il clima sia dotato di un consiglio direttivo con equa rappresentanza di tutte le regioni del mondo e in particolar modo dei paesi più vulnerabili al surriscaldamento globale, un segretariato indipendente e una serie di comitati tecnici in grado realizzare le procedure di mitigazione, adattamento e trasferimento delle tecnologie”. [A.G.]

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