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Pena di morte, la giornata mondiale Gli Stati Uniti firmino la moratoria

In Senza categoria on ottobre 10, 2010 at 11:59 am

Il 10 ottobre è l’ottavo appuntamento globale contro le esecuzioni capitali: l’edizione è dedicata agli Usa. Iniziative di Amnesty in 30 città italiane: una mostra fotografica con attori e attrici e gli appelli per due prigionieri americani in attesa di essere giustiziati. A dicembre l’Onu voterà una nuova risoluzione

di PASQUALE NOTARGIACOMO

Pena di morte, la giornata mondiale "Gli Stati Uniti firmino la moratoria"

ROMA  –  Troy Davis e Tommie Clemons sono due foto segnaletiche sbiadite dal tempo. Due vite sospese da anni nei bracci della morte della Georgia e del Missouri. Entrambi afroamericani, condannati alla pena capitale e protagonisti di vicende giudiziarie controverse e con un finale ancora da scrivere. Ai loro casi è dedicata l’VIII giornata mondiale contro la pena di morte, che si celebra il 10 ottobre. Quest’anno l’attenzione della World Coalition against the Death Penalty (WCADP), un network internazionale formato da 105 organizzazioni non governative si concentra sugli Stati Uniti. La ragione è nei numeri. Cinquantadue persone giustiziate e 106 condanne comminate solamente nel 2009 (alle quali si aggiungono le 41 esecuzioni dall’inizio di quest’anno) costituiscono un’ombra che pesa sulla democrazia americana.

Iniziative in tutta Italia. Anche l’Italia farà la sua parte, con Amnesty International in campo in oltre 30 città (tra le altre Roma, Milano, Venezia, Torino, Bologna, Firenze, Cagliari e Reggio Calabria) con iniziative organizzate per ribadire il no alla pena capitale e raccogliere firme per i due casi simbolo della campagna di quest’anno (l’elenco completo e il link per firmare gli appelli sono disponibili sul sito www. amnesty. it). Oltre a una mostra fotografica dal titolo “La camera scura”, realizzata con 13 testimonial scelti tra attori e attrici italiani. Tra i protagonisti degli scatti del fotografo Angelo Di Pietro: Gianmarco Tognazzi, Sabrina Impacciatore, Carolina Crescentini e Luca Argentero.

Nuova risoluzione Onu.
Gli appuntamenti di domenica daranno il via a quaranta giorni di mobilitazione che si concluderanno il 30 novembre, con l’evento “Città per la vita”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. L’appuntamento mondiale che prevede l’illuminazione di monumenti ed edifici in oltre 1000 città (1184 secondo l’ultimo dato). Il traguardo finale è fissato a dicembre, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite voterà un nuovo documento contro la pena capitale.

Sfida agli Usa
. Lo scopo è raccogliere un consenso ancora più ampio di quelli del 2007 (anno della prima ratifica della moratoria universale) e del 2008 (quando è stato votato il rinnovo). Come spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. “L’obiettivo è che anche quest’anno”, dice il rappresentante dell’organizzazione, “l’Assemblea prenda una posizione ferma contro la pena capitale e che ci sia un consenso quantitativo e anche di rappresentanza geopolitica più forte del 2007 e del 2008. Il che vuol dire, che paesi che si erano astenuti votino a favore e paesi che avevano votato contro che almeno si astengano. E’ questa la grande sfida che lanciamo agli Stati Uniti”.

La pressione sul gigante americano è il filo conduttore di questa VIII giornata mondiale. L’ultima discussa esecuzione negli Stati Uniti è stata quella di Teresa Lewis, avvenuta il 23 settembre nello stato della Virginia. Negli Usa la pena di morte è prevista a livello federale e statale. Quindici dei 50 stati e il Distretto di Columbia (Washington D. C.) sono abolizionisti (l’ultimo è stato il New Mexico nel 2009). Dal 1977, anno in cui sono riprese le esecuzioni, dopo una sospensione di 10 anni, sono state messe a morte più di 1200 persone, oltre la metà delle quali in soli tre stati: Texas, Virginia e Oklahoma. Il metodo più usato è quello dell’iniezione letale. Non sono mancati anche gli errori giudiziari, che hanno evidenziato le falle del sistema penale statunitense. Dal 1976, infatti, oltre 130 prigionieri sono stati rilasciati dai bracci della morte perché innocenti, nove nel solo 2009. Mentre altri 3200 restano in attesa di conoscere il loro destino.

I due appelli di Amnesty. In molti casi, sottolinea Amnesty, gli studi effettuati hanno dimostrato che il colore della pelle ha ancora un peso determinante nelle condanne a morte statunitensi. Anche i due casi simbolo della campagna di quest’anno rispetterebbero questa tendenza. Troy Davis è stato condannato a morte per l’omicidio dell’agente di polizia Mark MacPhail, avvenuto nel 1989 a Savannah, in Georgia. Il suo caso presenta molte contraddizioni: sette dei nove testimoni che lo hanno accusato hanno cambiato successivamente le loro deposizioni denunciando pressioni da parte della polizia. Ciononostante Devis (che si è sempre dichiarato innocente) si trova da 20 anni nel braccio della morte e per tre volte è arrivato a un passo dall’esecuzione. Solo quest’anno la difesa ha potuto presentare nuove prove per scagionarlo, ritenuti insufficienti però dal giudice che segue il caso. Così non è escluso che venga fissata a breve la quarta data per l’esecuzione.

Il caso di Reggie Clemons non presenta meno incongruenze. Nel 1991, l’uomo, al tempo diciannovenne, fu condannato a morte dallo stato del Missouri per complicità nell’omicidio di due ragazze. Il suo collegamento con il reato non è mai stato provato. Quattro giudici federali hanno decretato che la condotta dell’accusa nel caso è stata “illecita e violenta”. Inoltre, secondo la difesa di Clemons l’appartenenza delle persone coinvolte ha giocato un ruolo decisivo nella vicenda. In questo caso, le vittime e i due testimoni chiave erano “bianchi”, i tre imputati condannati a morte erano afroamericani.

La pena di morte nel mondo. La prima storica ratifica della moratoria universale da parte delle Nazioni Unite, (con l’Italia in prima fila), ha prodotto comunque risultati positivi. Secondo gli ultimi dati di Amnesty International, in totale sono 139 i paesi che hanno abolito la pena di morte (de iure o de facto), mentre è ancora in vigore in 58 nazioni. Nel documento che verrà presentato quest’anno al Palazzo di Vetro potrebbero essere introdotte proposte per rafforzare alcune delle sue disposizioni.

 “Cercheremo di inserire nel documento”, spiega Noury, “che come tutti quelli dell’Assemblea generale, ha un valore simbolico, politico, ma non giuridico, delle cose che rendano ancora più difficile o moralmente non accettabile continuare ad usare la pena capitale”. Un cambio di rotta degli Stati Uniti avrebbe un valore storico. Attualmente stando ai dati di Amnesty, il maggior numero di esecuzioni nel 2009, oltre agli Usa, si è registrato in Cina (anche se mancano cifre ufficiali si ritiene che le vittime siano state migliaia), Iran (388), Iraq (120) e Arabia Saudita (69). Mentre l’unico paese europeo a mantenere questa pratica è la Bielorussia.

In vista dell’appuntamento di domenica, anche il Parlamento Europeo ha già risposto presente. In settimana, con 574 voti a favore, 25 contrari e 39 astenuti, i deputati di Strasburgo hanno adottato una risoluzione che condanna l’uso della pena capitale in ogni caso e in qualsiasi circostanza e chiesto una moratoria mondiale sulle esecuzioni.

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