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Rosarno, un anno dopo

In Senza categoria on novembre 15, 2010 at 2:46 pm

 

Tante promesse ma, come all’inizio dell’anno, restano solo i volontari

E’ passato un anno. E a Rosarno non è cambiato nulla. Anzi. La situazione è peggiorata. Don Pino De Masi, responsabile dell’associazione Libera nella Piana di Gioia Tauro, non usa mezzi termini. “Ora che  i ghetti non ci sono più, non ci sarà nemmeno un tetto dove i migranti potranno ripararsi dalla pioggia o prendere l’acqua potabile. La polizia è in allerta perché deve evitare in ogni modo il lavoro nero, il che è bene ma non aiuta di certo chi un lavoro non lo trova e in più l’agricoltura non va benissimo”.  

Tutto sommato, l’unica cosa che è cambiata dall’anno scorso è il numero degli immigrati attesi per la raccolta. Saranno 500 circa e non più 2500.

Lui la Piana di Gioia Tauro la conosce bene e si ricorda dell’anno scorso, quando i lavoratori stranieri impiegati nella raccolta degli agrumi hanno bruciato macchine e cassonetti, dichiarato guerra ai caporali e hanno protestato contro l’indifferenza che aleggiava intorno alla loro posizione di braccianti-schiavi, sfruttati nella raccolta delle arance dalle n’drine calabresi. Era guerra civile. E per Libera, in vista del prossimo inverno, c’è il rischio che le cose si mettano anche peggio. Forse, questa volta, non ci saranno uomini feriti e disordini nelle strade. Ma “l’emergenza resta“. L’arrivo della stagione fredda a Rosarno fa paura. Tant’è vero che anche dalla politica cominciano ad alzarsi alcune voci, isolate. Ignazio Messina, deputato e commissario calabrese per l’Italia dei Valori (Idv), ha parlato in una riunione presieduta dal prefetto di Reggio Calabria dove erano presenti alcuni sindaci della Piana di Gioia Tauro e le forze dell’ordine, per “mettere in evidenza quello che è un rischio concreto che si può verificare anche quest’anno”. Alla riunione c’era anche Don Pino.
 
 A far temere una Rosarno bis ci si mette anche il fallimento di vecchi progetti sociali iniziati, mai finiti, naufragati o dai risultati irrisori. Come quello inaugurato nel 2007, con il quale, con un solenne protocollo alla Prefettura di Reggio Calabria, si decise di trasformare la Cartiera, una delle fabbriche in disuso dove vivevano gli immigrati, in un centro d’aggregazione sociale. Non se ne fece nulla e per anni gli africani passarono gli inverni dormendo tra i cartoni. O come l’appalto pubblico vinto da una ditta privata per costruire container che accogliessero gli immigrati senza tetto. Il progetto naufragò dopo meno di due mesi a causa del ricorso dell’impresa arrivata seconda. Poi, fu il momento del ministro Maroni che stanziò 200 mila euro per i box doccia dell’Opera Sila, l’altro lager-accampamento di Rosarno.

Per le associazioni di volontariato si trattò di una spesa “irrisoria”, per nulla paragonabile a quella investita nell’ultimo progetto sociale inaugurato pochi mesi fa dal ministero dell’Interno nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (Pon) Sicurezza. Il progetto Obiettivo 2.5 è l’unica iniziativa sponsorizzata dallo Stato italiano, da quando si è scatenata la protesta, nel dicembre-gennaio dell’anno scorso. Il piano prevede che la Beton Medma di Rosarno, il cementificio confiscato al clan dei Bellocco, venga smantellato per fare posto ad un edificio da sessanta posti letto con uno spazio dedicato all’intrattenimento e supporto scolastico dei bambini, uno sportello sociale ed uno per la formazione professionale. Per un costo di due milioni di euro stanziati da Stato e Unione europea. Il cantiere è già stato aperto. Peccato però che l’inverno sia già alle porte mentre, per completare i lavori – spiega il Pon – ci vorrà più di un anno.
 
Ecco perché nella Piana si teme il peggio. Ed ecco perché Rete antirazzista romana, DaSud e Action, per quest’inverno, hanno avuto un’idea: fare rete e monitorare le zone “a rischio” della Piana, seguendo gli immigrati da vicino, verificando le condizioni abitative e lavorative affinché, pur senza un tetto dove ripararsi, non subiscano sfruttamenti. Con loro anche l’Osservatorio migranti africalabria. Lontano dai riflettori, ignorato dai media e dalle istituzioni, ma conosciutissimo in terra calabrese, questo movimento di volontari nella Piana ha sempre fatto il lavoro sporco. “Facciamo quello che dovrebbe fare lo Stato  –  spiega Giuseppe Pugliese, rappresentante dell’associazione a Rosarno. ”Portiamo la corrente elettrica nelle case-accampamenti degli immigrati, li andiamo a prendere con le macchine, forniamo acqua potabile, andiamo al discount e cerchiamo di fornirgli tutto il necessario. L’abbiamo fatto l’anno scorso e lo rifaremo ma non solo in caso di scontri e guerriglia. Noi lo facciamo sempre”. I primi migranti africani in cerca di lavoro sono già arrivati. Ora dormono nelle macchine. A Rosarno invece, quest’anno, tutto è ancora fermo.

“I prefetti se ne andranno perché il 28 e 29 novembre il comune, sciolto per mafia dal 10 dicembre 2008 per due volte consecutive, tornarà al voto. Medici senza frontiere  –  conclude Pugliese – ha comunicato che non verrà. Contiamo invece di contattare Emergency“. Intanto su Facebook l’Osservatorio ha aperto da ormai quasi un anno un gruppo che sta registrando un boom di iscritti: “Gli africani salveranno Rosarno” si propone soprattutto di combattere il razzismo. Online, infatti, sono tanti i post di solidarietà. Ma tra un messaggio e l’altro, compare anche qualche testimonianza diretta. Come questa: “L’anno scorso ero lì. Io c’ero. Se potessi me ne andrei in Francia. Ho il permesso di soggiorno ma non ho i soldi per il biglietto. Per questo, quest’anno forse tornerò a raccogliere mandarini. Ma davvero per mangiare devo essere trattato da animale? Forse allora preferisco morire di fame”.

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