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L’industria forestale bara sulle emissioni

In Senza categoria on dicembre 3, 2010 at 8:09 pm
 
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A Cancún si parla di clima? Forse, ma l’industria forestale, uno dei principali attori delle emissioni di gas serra provocate dalla deforestazione, punta ora a mettere le mani sui ricchi incentivi del carbonio, in base all’assioma secondo cui abbattendo alberi si stimola la foresta a ricrescere e ad accumulare carbonio. Ma diversi studi, come quello guidato  da Daniel Bunker della Columbia University, dimostrano che l’immagazzinamento di carbonio si riduce sensibilmente (tra il 25 e il 70 per cento) nelle foreste in cui viene praticato il taglio selettivo.

The American Scientist ha pubblicato alcuni anni fa un buon articolo sugli impatti ambientali del taglio selettivo nelle foreste primarie. E’ stato inoltre dimostrato come le foreste tropicali richiedano molto più tempo per rigenerarsi di quanto si pensasse – in molti casi di centinaia di anni, molto più dei 20-30 anni dei cicli di taglio nelle gestioni forestali a taglio selettivo.

Di fronte al cambiamento climatico e alle emissioni generate ogni fase della catena produttiva, l’industria del legno è di fronte a una scelta: impegnarsi a ridurre le emissioni o tentare una aggressiva politica di greenwashing, ossia presentare come ecologico quello che non lo è, e in definitiva, sottrarsi alle proprie responsabilità. Forse non sorprende che l’industria abbia optato per la seconda.

Secondo Chris Lang, del World Rainforest Movement, la FAO da tempo si fa carico di ripulire l’immagine dell’industria del legno nello scottante tema delle  emissioni di gas serra.

La Food and Agriculture Organisation è stata a lungo apologeta dell’industria del legno, in particolare della fabbricazione della carta e delle piantagioni industriali di alberi. Due anni fa, la FAO e il Consiglio internazionale di Forest and Paper Associations (ICFPA) hanno commissionato uno studio volto ad elevare “il profilo del settore nell’ambito dei negoziati internazionali sul riscaldamento globale”. Un obiettivo meritorio, se volto alla ruduzione delle emissioni causate dal settore del legno.

Lo studio è stato pubblicato all’inizio di quest’anno e si intitola  “Impact of the global forest industry on atmospheric greenhouse gases” (impatti dell’industria forestale internazionale sulle emissioni atmosferiche di gas serra)  Il testo non affronta la riduzione delle emissioni da parte dell’industria del legno, cerca invece di presentare quest’ultma come attore della soluzione al cambiamento climatico, piuttosto che come una delle sue cause.

“Riteniamo che rappresenti un importante tentativo di presentare il profilo climatico della gestione forestale e delle industrie moderne in modo imparziale, sulla base di fatti e dati”, scrive nell’introduzione Michael Mart della FAO. Ma il rapporto non è né imparziale, né si basa su fatti e dati. L’autore del rapporto, Reid Miner, lavora per il National Council for Air and Stream Improvement (NCASI), il consiglio nazionale per il migliramento dell’aria e dei corsi d’acqua), una istituzione creata 60 anni fa dal industria della carta. I contributi del rapporto fanno aprte dell’ICFPA, la Confederazione delle industrie europee di carta, della FAO, del comitato consultivo per la pasta di legno e dei prodotti legnosi e dello stesso NCASI.

La contiguità di interessi degli autori non sarebbe importante, se lo studio fosse basato su fatti concreti. Ma non è così. Basta guardare come Miner affronta le emissioni causate da piantagioni industriali (Miner, naturalmente, le chiama “foreste piantate”, non piantagioni industriali). “Sono pochi i dati recenti a disposizione per definire con precisione i tipi di terreni convertiti foreste piantate o foreste assistite semi-naturali”, scrive Miner. Data questa mancanza di dati, Miner conclude che gli “impatti legati al carbonio legati” nell’istituzione di nuove piantagioni “non possono essere calcolati con certezza a livello globale.” Quindi li “calcola” pari a zero.

L’argomento di Miner è semplice. Stabilire piantagioni su terreni non boschive comporta un aumento netto del carbonio assorbito, mentre il disboscamento per far posto a nuove piantagioni comporta un aumento delle emissioni. I 1,6 milioni di ettari l’anno delle piantagioni stabilite in terreni non boschivi compenserebbe quindi “le perdite legate alla conversione di 1,5 milioni di ettari di foreste l’anno.” Ovviamente si parla di carbonio, senza a ffronta re gli impatti sociali e ambientali della conversione di praterie ricche di biodiversità in monocolture, come si è verificato su vaste aree del Sud Africa. Ma i dati di Miner sulle emissioni causate dalle nuove piantagioni non si basano su fatti o dati.

La fonte presentata da Miner è uno studio del 2007 d cui è co-autore: The Greenhouse Gas and Carbon Profile of the Global Forest Products Industry (i gas serra e profilo carbonico dell’industria forestale globale, non molto diverso dalla relazione scritta per la FAO. Nel 2007 Miner ammetteva: “Questa constatazione, tuttavia, è soggetta a una notevole incertezza.” Potrebbe, infatti, essere “diverse centinaia di milioni di tonnellate di CO2 equivalenti al di sopra o di sotto di questo ‘di zero netto’ “. Insomma, più o meno diverse centinaia di milioni di tonnellate di CO2.

L’industria del legno utilizza grandi quantità di biomassa (considerata prodotto di scarto) per produrre energia nel processo di fabbricazione. Miner spiega come “la CO2 rilasciata dalla combustione del legno è parte di un ciclo naturale compensato dalla crescita di alberi”. Secondo Miner, e il Protocollo di Kyoto, la biomassa è quindi considerabile come priva di emissioni. Il problema è che la combustione della biomassa si traduce in emissioni di gas a effetto serra. Queste emissioni possono essere successivamente assorbita dagli alberi in crescita, ma questo processo potrebbe richiedere decenni. E in alcuni casi, la biomassa si traduce in enormi emissioni supplementari: come quando le piantagioni sono stabilite su suoli paludosi e ricchi strati di torba.

Un documento pubblicato sulla rivista Science l’anno scorso sostiene che questo errore contabile della biomassa debba essere corretto. Inutile dire che Miner non accenna a questo documento nella sua relazione per la FAO.

Tutti i settori industriali dispongono di organizzazioni e centri studi per promuovere il proprio punto di vista e i propri interessi. Le istituzioni che hanno contribuito a produrre lo studio di Miner’s rientrano in questa categoria, specificatamente dell’industria del legno e della carta. Ma la FAO si definisce come “una rete di conoscenze” volta a raccogliere, analizzare e diffondere i dati che contribuiscono allo sviluppo”. Ed è finanziata dai contribuenti. Quindi, perché è per aiutare a promuovere l’immagine dell’industria del legno

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