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Lennon? È morto oggi Cronaca dell’8 dicembre 1980

In Senza categoria on dicembre 8, 2010 at 1:55 pm
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John Lennon, questo lo sanno tutti, è morto oggi. La cosa straordinaria è che l’hanno ammazzato all’apice della propria resurrezione, come pare capiti spesso alle figure che attraversano la storia già stracarichi di simboli. Era New York, Central Park, ed era l’8 dicembre 1980 quando una guardia giurata che viveva alle Hawaii, Mark David Chapman, si appostò davanti all’entrata del Dakota Building – casa Lennon – prima per farsi autografare l’ultimo disco dell’uomo che aveva scritto Imagine, poi per sparargli, circa quattro ore dopo. Erano le 22.50.

Chapman sibilò: «Ehi, mister Lennon, sta per entrare nella storia!». Cinque colpi di pistola, uno di questi attraversò l’aorta, a quel signore con gli occhiali che aveva cambiato, insieme ai Beatles, l’immaginario e la musica di un secolo. John fece ancora un passo o due e mormorò: «Mi hanno sparato». Trasportato dai due poliziotti sulla loro macchina al Roosevelt Hospital, fu dichiarato morto alle 23.09. Il giornalista Alan Weiss era casualmente sul posto. Racconta: «La radio dell’ospedale comiciò a suonare All My Loving. Quando la canzone terminò si sentì qualcuno gridare: era Yoko Ono». John già non c’era più.

Che strano anno, il 1980. Era tornato ad essere un anno in bianconero, dopo almeno due decadi a colori, l’Inghilterra era tinta di scuro, l’America era depressa. Avevano eletto Reagan, impazzava la disco music, le utopie si erano sbiadite. Eppure per John fu un anno felice. Era dal 1975 che non scriveva una nota di musica perché aveva deciso di fare il papà a tempo pieno, a parte qualche piccolo nastro registrato in casa. Poi, improvvisamente, qualcosa cambiò. L’ha raccontato lui stesso. «Ero alle Bermuda a fare un bagno in mare insieme a mio figlio Sean. Di colpo, mentre ero lì in acqua hanno cominciato a venirmi in mente delle melodie».

Probabilmente non è un caso, ma sicuramente è una beffa del destino che una di quelle canzoni dal sen fuggito fosse Just Like Starting Over. «È come se entrambi ci innamorassimo di nuovo / sarà come ricominciare di nuovo». Come ricomincare daccapo. È proprio quello che stava facendo Lennon. Si era lasciato alle spalle, dieci anni prima, i Beatles, poi la lotta impari con il governo americano e con l’Fbi, che per molti anni l’aveva perseguitato – gli avevano negato il passaporto, l’avevano espulso e poi riammesso, circolavano dispacci sulla sua pericolosità da sovversivo comunista o giù di lì – si era lasciato alle spalle un bel po’ di musica, pacifismo, lotte d’amore con Yoko Ono ed un’infinità di speculazioni sulle proprie idee, sul suo impegno politico, sulla possibilità – sempre vagheggiata – di una reunion dei Beatles, sul perché conducesse una vita da recluso di lusso.

L’ORACOLO AFRICANO
D’improvviso, la voglia di ricominciare. Dopo la vacanze alle Bermude (dove, si narra, lui andò per dar retta ad un oracolo africano e dove, peraltro, sopravvisse ad uno spaventoso uragano), nelle sue vene fluivano copiose canzoni piene di malìa beatlesiana, ma senza un grammo di nostalgia: non potresti mai scambiarle per canzoni degli anni sessanta. Roba come Woman, I’m Losing You e Watching the Wheels, oltre alla già citata Just Like Starting Over: oggi sono dei classici. Insieme ai pezzi che aveva composto Yoko, c’era abbastanza materiale per due album. Il primo fu Double Fantasy, uscito nemmeno tre settimane prima delle pistolettate di un «nowhere man» davanti al Dakota. Il secondo avrebbe dovuto essere Milk & Honey.

Yoko si era messa in contatto con il produttore Jack Douglas, a cui furono fatti ascoltare i demo che si erano iniziati a preparare alle Bermuda. L’idea era di realizzare un album in cui le canzoni di John e Yoko si parlassero l’una all’altra. La casa discografica prescelta per realizzare il disco fu la Geffen, appena fondata: anche quello era un segno di rottura, dopo quasi due decadi passate alla Emi, prima con i Beatles e poi da solista. Tra i musicisti furono reclutati Earl Slick alle chitarre, un’immensa sezione fiati, il batterista Andy Newman e il grande Tony Levin al basso, il virtuoso poi entrato nella storia nella penultima incarnazione dei King Crimson e come fedelissimo bassista di Peter Gabriel.

«John venne da me il primo giorno e disse: non ti conosco, ma mi dicono che sei bravo. Solo, non suonare troppe note. Io gli risposi: non ti preoccupare, hai l’uomo giusto». Praticamente, Lennon era stato per mesi in sala di registrazione, proprio come ai tempi dei Beatles. Voleva riconquistare un suono diretto, come quello dei Fab Four degli esordi. Si parlava insistentemente di organizzare un tour mondiale. Quel giorno, l’8 dicembre, John aveva lavorato ad una delle canzoni di Milk & Honey , ossia Walking on Thin Ice. « L’ultima volta che vidi John aveva quel suo incredibile sorriso sulla faccia», racconterà Jack Douglas. «Era elettrizzato, e lo era anche Yoko, perché noi tutti sapevamo di aver fatto un buon lavoro sulla canzone. Lo accompagnai fino all’ascensore e lo salutai augurandogli la buonanotte. Circa 40 minuti dopo la mia ragazza mi raggiunse allo studio, pallidissima. L’hanno appena detto alla radio, disse. Hanno sparato a John». Mark David Chapman, il pazzo, era rimasto sulla scena del crimine. Aveva tirato fuori la copia del Giovane Holden che teneva con sé e si era messo a leggere. Non c’era bisogno di agitarsi. La storia si era già spezzata in due.

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