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L’albero che cade e la foresta che cresce

In Senza categoria on dicembre 24, 2010 at 4:45 pm

Foto: Ecocho

Piantatela. Una volta per tutte. Molti “non ancora amici” ci hanno sollecitato di “piantarla una volta per tutte” con la campagna 1 fan 1 albero che ha conosciuto l’appoggio spontaneo, incondizionato e gratuito del portale di Libera Informazione. Certo. La frase ha un doppio senso. Il primo potrebbe significare “smettetela” mentre il secondo potrebbe significare “piantate la pianta”, che, per l’appunto, è ciò che vorremmo fare. Ebbene, credo sia importante narrare la storia di questa campagna e di questo progetto. Dare un po’ di tempo per ulteriori elementi a coloro che giustamente, dopo decenni di promesse e progetti mai realizzati, ancora diffidano. Ma “la conoscenza rende liberi”, per dirla con Einstein, e mi scuso con i moltissimi amici e lettori per non aver narrato prima la storia.

Ove siamo. Nyahururu – Kenya. Equatore. Sono giù con la mia famiglia. Paola, mia moglie, di Medici con l’Africa CUAMM lavora per un’organizzazione denominata Saint Martin come fisioterapista. L’organizzazione è stata fondata ed è diretta da mio fratello father Gabriel. Paola lavora sul “field” (sul campo) a stretto contatto con moltissimi volontari per la presa in carico di migliaia di disabili attraverso un approccio di riabilitazione su base comunitaria. La sua direttrice si chiama Ans ed è olandese. Anch’ella è all’equatore con la famiglia e lavora. A testimonianza di questo progetto il prossimo 2 gennaio 2011 nella trasmissione Rai alle falde del Kilimangiaro la ballerina Simona Atzori testimonierà il suo viaggio presso gli amici disabili di Nyahururu.

Stephan, il marito di Ans, è un agroforestale esperto (vedi video). Io, solo, un comunicatore avendo messo in piedi con l’aiuto di molti amici Unimondo. Per i primi mesi di permanenza in uno dei posti più belli del pianeta, come ben fotografati dal film “la mia Africa” Stephan ed io accompagnavamo i figli a scuola, preparavamo i pasti ed accudivamo le rispettive case, giardini, orti e fattorie. Eravamo arrivati a cento animali da cortile: anatre, conigli, galline, maiali e moltissimi alberi da frutto e da legna. Le mogli lavoravano sodo. Cosa abituale in Kenya e non solo.

Dopo pochi mesi Caritas Nyeri chiuse un progetto nella vicina città di Nyeri. Si; ove v’è la tomba di Baden Powell, il fondatore dello scoutismo e persona molta attenta all’ambiente. La chiusura del progetto comportò che lo staff si trovò appiedato come succede, sempre più frequentemente, anche qui in Italia con i contratti a progetto (co.pro). Finito il progetto si va purtroppo a casa. Le persone sono fantastiche, motivate, giovani e tutt’oggi sono ancora attive nel progetto. Le voglio nominare una ad una: Nancy, Ghedambo, Martin, Thomas, Dominic e molti artisti che si dilettavano/dilettano ad esprimersi attraverso ampi murales che invitano la popolazione a preservare le foreste. Insomma, uno staff d’eccezione. Non lo dico io ma i diversi premi che hanno in seguito vinto.

Stephan mi propose, quindi, di mettere assieme un progetto di riforestazione con questo staff. Nel 2002 il presidente / dittatore Daniel Arap Moi, infatti, aveva venduto molte foreste (demanio pubblico) ai propri amici in vista delle elezioni. In aggiunta la corruzione dilagava e dilaga tutt’oggi (come da noi del resto) ed i funzionari ai diversi livelli si comportavano egualmente. Insomma il Kenya passò in breve tempo da un 10% di aree forestate ad un misero 2%. Ed il deserto, senza vegetazione, avanzava lentamente ma inesorabilmente impoverendo le comunità. A soli 30 km. a nord di Nyahururu v’è Rumuruthi e poi il deserto. Lì piove due volte all’anno, se va bene, mentre all’equatore (Nyahururu) le piogge sono abbondanti più volte all’anno e la siccità è l’eccezione. Che però accade, come vedremo in seguito.

Radunato il gruppo s’è deciso prima di ascoltare le comunità rurali e poi di scrivere il progetto, denominato “Tree is life” (albero è vita). Un approccio un tantino differente dall’imporre un progetto preconfezionato ai saperi che abitano da sempre il territorio. Cosa che, purtroppo, ancora accade.

I vecchi delle comunità incontrati hanno fatto memoria ricordando come il fondatore del Kenya, nonché capo dei Mau Mau (coloro che hanno cacciato gli inglesi) Jomo Kenyatta insegnava ai ragazzi che frequentavano le prime scuole elementari a piantare un albero ed ad averne cura. Fatto tesoro dei molti consigli s’è scritto un piccolo progetto con un piccolo budget: 70 milioni di lire all’anno che corrispondono ai nostri 35.000 euro. Trovammo anche i donatori disposti scommetterci. Nulla a confronto del volontariato e del lavoro benevolo messo a disposizione dalle comunità locali ma un motorino d’avviamento importante per far andare, per anni, un motore.

I mezzi per lavorare erano un paio di biciclette, una moto ed un’auto usata ed uno studiolo (ancora oggi è quello) di 4 metri per 2, 5 prestatoci dalla parrocchia di Nyahururu ove allocare 3 scrivanie e 3 PC.

La strategia non fu e non è “piantare alberi”. Ci mancherebbe. Si farebbe concorrenza ai pochi vivaisti presenti sul territorio ma è rendere consapevoli le comunità dell’importanza di “piantare alberi”. La bibbia è “l’uomo che piantava gli alberi”, uno scritto di Jean Jono. Infatti in 40 comunità si costituì (o si riattivò) un comitato con tanto di presidente, direttivo etc, etc. Ogni comitato aveva ed ha un proprio vivaio. Tutti hanno un compito. I bambini raccolgono i semi delle diverse piante indigene, le donne provvedono all’acqua per i vivai e gli uomini alla semina e travaso delle piantine. Detto così sembra immediato ma lì vige la regola “pole pole” – piano piano. Molto tè (chai) da bere assieme, molte discussioni su come, quando, perché, dove, con chi, per chi. Noi Amazungu (bianchi), a dire il vero, abituati a tutt’altra efficienza pensavamo fosse tempo perso. Invece non si dimostrò tale. Anzi. I primi risultati, infatti, vennero dopo un paio d’anni. Oltre ai 40 vivai presso 40 villaggi avevamo 40 vivai presso altrettante scuole superiori accuditi da gruppi di studenti volontari. Uno spettacolo. Decine di migliaia di piccole piantine in 80 diverse località site all’equatore.

Chi aveva lavorato per raccoglier semi, piantarli, accudire, abbeverare, trapiantare, etc.. spettavano quota parte delle piantine per il proprio campo. È il frutto del proprio lavoro. Proprio “frutto” perché una percentuale consistente di dette piante erano e sono alberi da frutto in modo da integrare le diete con apporto vitaminico.

Tutto sembrò andare per il meglio tant’è che il progetto fu ricevuto nel 2003 dall’allora sottosegretario all’ambiente Wangari Maathai (che l’anno successivo diventò Premio nobel per la Pace) e vinse nel 2005 la “medaglia d’oro” in un concorso che riguardò l’East Africa. Nei due anni successivi due argento.

Poi il disastro. Il biennio 2008 – 2009 fu una somma di calamità. Non piovve per mesi e mesi. Molti animali morirono e la priorità per molti gruppi locali e scuole era avere un po’ d’acqua prima per le persone e caso mai per gli animali ma non certo per le piante. Il progetto Tree is Life ne risentì rischiandone la chiusura. Vendettero l’auto. Misero in aspettativa parte del personale. Gli aiuti internazionali, giustamente, erano concentrati a dare prima assistenza alle persone che peraltro subirono non solo la violenza della natura ma anche la violenza politica che alle ultime elezioni devastarono alcune regioni con più di mille morti e migliaia di sfollati.

Il 2010 che sta per chiudersi è l’anno della resilienza e cioè del tentativo di riparare il danno magari mettendo in atto nuove forme di prevenzione come l’impianto di alberi resistenti alla siccità ed il 2011. Si spera, sarà l’anno del riscatto. Ed è qui che s’inserisce la campagna 1 fan 1 albero. Amata e contestata da molti lettori. Ad ogni fan di Unimondo (il portale che ha da sempre narrato e sostenuto il progetto) su facebook verrà piantato un albero in Kenya.

Unimondo, per l’appunto, ha un piccolo budget (10.000 euro) riservato alla comunicazione. Potrebbe acquistare spazi sui giornali italiani oppure allocare banner in internet o spot radiofonici. Nulla di tutto ciò. Preferisce dare questi pochi denari al progetto di riforestazione in Kenya perseguendo comunque lo scopo di “farsi conoscere per veicolare le proprie notizie” (altrimenti l’editore s’arrabbia). La campagna 1 fan 1 albero permette, quindi, di avere più lettori (più fan su facebook e quindi perseguendo lo scopo), più alberi piantati in Kenya (l’impianto di un albero costa circa un euro ed, ad oggi, ne abbiamo piantati + di 7.000), più collaboratori assunti (cosa non male qui in Italia vista la carenza di posti di lavoro), più notizie da divulgare, anche attraverso Libera Informazione che è indubbiamente uno dei network a livello nazionale più autorevoli. Insomma, una strategia win win che non vede nessuno perdente. A parte la C02 (+ alberi + ossigeno – anidride carbonica).

Peraltro l’esperimento 1 fan 1 albero potrebbe estendersi ad altri portali del mondo profit. Perché no? L’accordo di Kyoto stesso prevede che vi sia compensazione di CO2 tra i nord ed i sud del mondo sostenendo i progetti dei sud che vanno in questa direzione.

A tal proposito vi mostreremo a breve altre foto che riguardano la venuta del coordinatore Thomas in Italia per ritirare un primo assegno a sostegno del progetto e per frequentare un corso di formazione (per fortuna il Centro di Formazione alla solidarietà Internazionale ha sostenuto i costi del viaggio). Una persona semplice ma motivata. Un lavoratore instancabile.

Migliaia di persone da tutta Italia (la foresta che cresce) hanno dato la propria amicizia ad Unimondo ed hanno invitato i propri amici su facebook a fare altrettanto e le ringraziamo di cuore anche da parte di molte comunità e scuole che hanno ritrovato il sorriso dopo la siccità. . Certo. Qualcuno può ancora asserire “non ci credo” (l’albero che cade). Noi, a testimonianza, possiamo monitorare il progetto, raccontarlo, invitare i più scettici a scrivere ai responsabili della riforestazione in Kenya od ad andare di persona in Kenya. Ma qui non si tratta di favole (crederci o non crederci come con Babbo Natale o le mancate promesse dei vertici internazionali sul clima come Cancun) ma di storie vere. Storie fatte di persone e di alberi. Anche di Natale.

Buon Natale a tutti ed un rigoglioso e forestato 2011 a tutti

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