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Prezzi del cibo in aumento, sommosse in molti Paesi. I nodi ecologici ed economici vengono al pettine

In Senza categoria on gennaio 18, 2011 at 5:00 pm

I prezzi record raggiunti dai generi alimentari stanno scatenando sommosse in molti Paesi. La Tunisia è il caso più famoso: ma è in abbondante compagnia.

Particolarmente significativo il rincaro del grano (molto meno problematico il riso): e la regina di Francia Maria Antonietta imparò a sue spese cosa succede quando il popolo non ha pane mentre i potenti mangiano brioches.

Con la crisi alimentare sta venendo al pettine un nodo nel quale si intrecciano problemi ecologici, economici, sociali: la disponibilità di petrolio e il suo prezzo ultimamente tornato a salire, il riscaldamento globale e il conseguente caos climatico, l’aumento della popolazione, la fine dell’abbondanza di acqua dolce, l’ineguale distribuzione della ricchezza.

Circa un miliardo di persone – un essere umano su sette – ha la pancia cronicamente e drammaticamente vuota.

Parallelamente, nei Paesi ricchi i cereali vengono impiegati per nutrire le auto sotto forma di biocarburanti o per ingrassare il bestiame che (a prescindere da ogni altra considerazione: e ce ne sarebbero molte…) mangia 13 chili di vegetali per restituire un chilo di carne.

Le mucche, per inciso, hanno smesso da un pezzo di pascolare erba: vanno a mais, soia eccetera.

E già questo è un bel nodo da pettinare. Ma solo il primo. Ci sono diversi motivi per ritenere che ben difficilmente la produzione agricola potrà aumentare.

I campi, per dare buoni raccolti, hanno bisogno di irrigazione. L’agricoltura assorbe il 70% dell‘acqua dolce usata in tutto il mondo. Attualmente stiamo sfruttando il 50% delle riserve disponibili di acqua dolce. Quel che resta non è granchè, se si pensa alle necessità di una popolazione in crescita e al fatto che le riserve d’acqua più facili da raggiungere vengono già utilizzate.

Ovvero, siamo al picco dell’acqua dolce. In futuro, la disponibilità di acqua non aumenterà.

Gran parte dell’acqua utilizzata per l’agricoltura viene dalle falde sotterranee. Due problemi. Primo, le falde non sono inesauribili e in alcuni luoghi già si stanno prosciugando. Secondo, per tirare fuori l’acqua dalle viscere della terra ci vuole energia, solitamente fornita dal petrolio. Idem per produrre concimi e pesticidi e per far funzionare i trattori. Ma siamo anche al picco del petrolio.

E poi, per maturare, i raccolti hanno bisogno di un clima favorevole. Mentre, fra caldo e alluvioni, le stagioni non sono più quelle di una volta. Il clima è impazzito, si potrebbe anche dire.

L’occidentale medio spende il 15-20% del suo reddito per procurare il cibo: per lui il rincaro non è certo una buona notizia, ma gli restano ampi margini di manovra prima di andare a letto senza cena. Nei Paesi poveri, invece, l’acquisto degli alimentari assorbe la gran parte del reddito. E l’aumento dei generi alimentari ha effetti catastrofici davvero.

Nella seconda metà del 2010 i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 32%. Disordini legati agli alti prezzi del cibo i sono in corso, oltre che in Tunisia, anche in Mozambico, Algeria, Sudan. Vari Paesi stanno prendendo provvedimenti preventivi di politica alimentare: Cina, India, Indonesia, Sud Corea.

Elencavo prima le cause, diciamo, strutturali (acqua e petrolio) per cui la produzione agricola difficilmente potrà aumentare. Ma ci vuole anche un accenno alle cause congiunturali che non promettono nulla di buono.

L’aumento dei prezzi finora conteggiato dalle statistiche ufficiali è fermo agli effetti dell’ondata di caldo in Russia e delle alluvioni estive in Asia. Poi ci sono state le inondazioni in Australia e si profila siccità in Argentina mentre le previsioni dei raccolti di cereali 2011 negli Usa sono state riviste al ribasso. Come Russia e Australia, anche questi Paesi sono grandi esportatori di derrate alimentari.

La situazione mi sembra nera. Se qualcuno ha dei motivi per vedere rosa, è pregato urgentemente di segnalare.

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