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Manifestazioni nei paesi arabi. Il silenzio dell’Europa

In Senza categoria on febbraio 21, 2011 at 9:22 am

Proteste in Marocco – Foto: ©La Stampa

Quel che si è messo in moto nei paesi arabi in queste settimane è di straordinario interesse e non solo per il destino di questa regione. E’ ancora presto per comprenderne l’esito e le notizie che arrivano dalla Libia in queste ore non possono che preoccuparci. Ma ciò nonostante siamo in presenza di un grande e nuovo risorgimento regionale, laddove la formazione degli stati nazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale era avvenuta sotto il rigido controllo delle grandi potenze coloniali, lasciando una lunga scia di regimi addomesticati, dispotici e corrotti.

Anche per questa ragione il movimento di rinascita che ha preso il via nella piccola Tunisia non conosce confini, tocca le corde di tutta la nazione araba piuttosto che di questo o di quell’altro paese nato attraverso quattro tratti di penna tirati dall’occidente secondo gli interessi di questi ultimi nell’area. Un contesto di dominio che ha reso tendenzialmente irrilevante il ruolo degli arabi nella modernità e che fa vivere ad ogni arabo la “Nakba” palestinese come la propria “catastrofe”. Samir Kassir, il protagonista della primavera di Beirut, nel suo straordinario testamento politico definì tutto questo come l’“infelicità araba”, foriera di rassegnazione e di rancore verso l’occidente, legittimando un islamismo radicale che a sua volta tende ad avvallare lo “scontro di civiltà” e la crociata che ne viene.

I volti sorridenti delle persone che in questi giorni riempiono le piazze della sponda meridionale del Mediterraneo ci raccontano che l’epoca dell’infelicità sta volgendo al termine. Ed è interessante che questo nuovo risorgimento non abbia simboli novecenteschi, sia consapevolmente nonviolento, abbia come protagonisti giovani donne e uomini riuniti dal tam tam di facebook e di twitter, una generazione di persone cresciute nelle università e nella comunicazione reale e virtuale con il mondo intero.

Come interessante è che la parola d’ordine di questa rivoluzione democratica sia la dignità. Non il pane, che pure nella crisi globale si fa bene prezioso, ma la richiesta di cittadinanza, stato di diritto, futuro. Mohammadi Albouzizi, il giovane tunisino che si è suicidato con il fuoco dando il via a questo grande movimento di popolo, ha scelto questo gesto estremo per rivendicare dignità, quella stessa che gli era stata negata dalla mafia famigliare di Ben Ali. L’orgoglio, il bisogno di riscatto e di libertà. Una richiesta politica, certo. E così, d’improvviso, la gente si è messa alle spalle il tratto precedente, la paura.

Il tutto avviene con una velocità straordinaria, confermando come la storia proceda per accelerazioni improvvise, molto spesso impreviste. Accadde così nei giorni della caduta del muro di Berlino, solo un mese prima inimmaginabile. Finì una storia e cominciò la guerra dei dieci anni. Si potrebbe dire, mi suggeriva un amico palestinese, che gli avvenimenti di queste ore rappresentano la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino, insieme. E, come allora, appare difficile prevederne gli esiti.

Come allora, stupisce il silenzio dell’Europa. Della strategia di Barcellona rivolta al Mediterraneo è ormai scomparsa ogni traccia. Le cancellerie nazionali hanno perseguito i loro affari scambiando i loro interessi nell’area con il sostegno fino all’ultimo a despoti corrotti senza nemmeno accorgersi del loro discredito e del loro crepuscolo. La stessa opinione pubblica europea appare silenziosa, lo sguardo distratto e opaco, incapace di cogliere la portata di quanto avviene di là del Mediterraneo per il proprio stesso destino.

Perché i tratti della rivoluzione democratica di piazza Tahrir, la moderazione nella radicalità, il protagonismo senza bandiere, il richiamo morale della fede religiosa fortemente distinto dal carattere laico e plurale delle istanze politiche, le forme stesse della comunicazione, non sono dissimili da quelle delle donne e degli uomini italiani che sono ritornati in piazza proprio in nome della dignità.

Dovrebbero parlarsi, dialogare, comprendere che in un tempo caratterizzato da straordinarie interdipendenze quel che accade dall’altra parte del mare ci riguarda nella comunanza di destino. Ci emozioniamo di fronte all’esegesi di Roberto Benigni dell’Inno di Mameli, quasi ad aggrapparci nell’incertezza del futuro a quel che abbiamo e che pure, in assenza di elaborazione, usiamo come una clava nel dibattito politico interno. Forse sarebbe più utile proporci uno sguardo capace di andare oltre, rivolto al presente e capace di futuro. Così potremmo emozionarci anche per l’Inno alla Gioia e guardare con ben altra attenzione al nostro mare.

Michele Nardelli

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