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Piccoli schiavi chiedono, adesso, un aquilone

In Senza categoria on aprile 16, 2011 at 7:29 am

Vignetta di Giulia Pedrotti © all rights reserved

Oggi 16 aprile è la giornata contro la schiavitù infantile. La data scelta vuole ricordare la storia e l’uccisione di Iqbal Masih, un bambino vissuto in Pakistan, che ha avuto il coraggio di denunciare le mafie tessili del suo Paese, per le quali lavorava da quando aveva 4 anni. Era il 1995 quando Iqbal fu ucciso, sulla sua storia in Italia Francesco D’Adamo ha scritto un fortunato libro e Cinzia Torrini ha girato un bel film con il contributo di UNICEF Italia, ma la giornata è ancora un’urgente necessità.

Infatti anche se “Gli Stati riconoscono il diritto di ogni bambino ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e a non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale […]” come recita l’articolo 32 ONU della Convenzione sui diritti dell’infanzia, nel mondo sono circa 215 milioni i bambini intrappolati in impieghi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica o li condannano ad una vita senza né svago, né istruzione. Percentuali altissime che per l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) rappresentano più del 10% del potenziale di manodopera esistente e apportano circa 13 miliardi di euro annui al Pil mondiale.

Una risorsa troppo preziosa per un mercato senza scrupoli fatto di consumatori non sempre consapevoli, e che, per l’OIL, impiega 74 milioni di bambini in varie forme di lavoro pericoloso: come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli, con macchinari o armi. 

”È il caso dei bambini delle miniere in Cambogia, delle piantagioni di tè nello Zimbabwe, delle fabbriche di vetro in India e degli eserciti in 85 paesi del mondo, solo per fare qualche esempio – spiega Patrizia Paternò responsabile dell’area comunicazione di UNICEF Italia -. 

Ma tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti qui bambini che nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande”. 


Ma se il fenomeno dello sfruttamento minorile – sempre secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro – è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, la piaga è profonda anche nei Paesi industrializzati. “Molti milioni di bambini – ricorda Save the Children Italian – vivono ancora in stato di semi o piena schiavitù in Europa e nel Nord America, sottoposti a forme di violenza di solito più legate alle nevrosi e alla delinquenza delle società ricche, come la pedofilia, la prostituzione, la pornografia, il traffico di organi, tutti fenomeni che coinvolgono un milione di bambini ogni anno”. Ma esistono anche violenze meno evidenti, ma preoccupanti, come quello della “violenza assistita” richiamata lo scorso mese in Italia anche dal Centro di analisi e documentazione dell’infanzia e dell’adolescenza.

“Il motivo principale degli abusi sui bambini, di tutti i tipi di abuso e in ogni parte del mondo – spiega Filippo Ungano, responsabile alla comunicazione di Save the Children Italian – rimane la povertà”. Se in ogni contesto marginale la manodopera infantile costa poco o nulla e garantisce l’impossibilità di far valere i propri diritti è chiaro che “bisogna anzitutto creare delle leggi sempre più precise e far sì che siano rispettate, anche attraverso sanzioni a livello internazionale, ma è altrettanto urgente combattere quello che è il fenomeno più grande, la causa dello sfruttamento minorile, cioè la povertà”.

Con l’obiettivo di individuare soluzioni efficaci e di lungo periodo alla problematica del lavoro e dello sfruttamento minorile, l’UNICEF, in collaborazione con il Programma Internazionale per l’Eliminazione del Lavoro Minorile (ILO-IPEC) e la Banca Mondiale ha avviato lo Understanding Children’s Work (UCW), un progetto di ricerca che ha consentito di fotografare con precisione la realtà della schiavitù minorile in diversi Paesi in via di sviluppo, orientando così le strategie finalizzate ad affrontare il problema.

L’UNICEF ha di fatto riconosciuto che i principali interlocutori utili alla comprensione del fenomeno del lavoro minorile sono oggi gli stessi bambini lavoratori, i tanti Iqbal di questa storia. 
“Per questo, in Italia, la nostra organizzazione aderisce alle iniziative promosse dal Coordinamento sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (PIDIDA) e ospita o promuove gli incontri periodici dei ragazzi lavoratori riuniti nel movimento Niños y Adolescentes Trabajadores (NAT’s) – conclude la Paternò -. Dare voce ai bambini vittime del lavoro consente alle organizzazioni internazionali di capire meglio il fenomeno, e migliorare gli interventi”. Ed in effetti a partire dal 2002 si è verificata, sopratutto in America Latina e Caraibi, una diminuzione del 26% del numero di minori impiegati in lavori pericolosi. 

Progressi più lenti si registrano invece in Asia dove i bambini lavoratori sono 44 milioni e in Africa Subsahariana dove sono ancora 69 milioni i bambini impiegati in varie forme di child labour. 



Oggi affrontare con urgenza il problema dello sfruttamento minorile non è quindi solo una questione morale, ma è di fondamentale importanza anche ai fini del raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio: quali eliminare la povertà e la fame, assicurare l’educazione universale e ridurre la mortalità infantile.

L’Europa ci sta provando e lo scorso 6 aprile il Parlamento Europeo ha lanciato “l’Alleanza per i bambini” 
in partnership con l’UNICEF ed un gruppo di ong internazionali, che include Save the Children, Plan International, Eurochild e World Vision. 
Si tratta di una bozza di “Principi per i Parlamentari” che impegnano questi ultimi ad avere come riferimento nel loro lavoro la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e ad adottare in ciascuna sessione almeno un’azione dalla parte dei bambini. Speriamo a cominciare dai tanti minori migranti arrivati in questi mesi a Lampedusa o dai tanti “Iqbal” che hanno le catene ai piedi, ma chiedono adesso il loro aquilone, perché come ci racconta la storia di Enaiatollah Akbari, “Nel mare [non] ci sono [sempre] i coccodrilli”.

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