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Agire: appello per l’emergenza siccità in Africa Orientale

In Senza categoria on luglio 18, 2011 at 8:14 am

Lunedì, 18 Luglio 2011

Donne in fila per l’acqua – Foto: Agire

Le Ong della coalizione italiana Agire hanno lanciato nei giorni scorsi un appello congiunto di raccolta fondi per garantire i necessari soccorsi e sostenere le attività di emergenza già in atto nei quattro paesi dell’Africa Orientale da quella che le Nazioni Unite hanno definito “la peggiore siccità registrata negli ultimi 60 anni“. “L’Etiopia, la Somalia, il Kenya e il Sud Sudan si trovano infatti a fronteggiare una crisi che riguarda 10 milioni di persone in un’area delle dimensioni della Francia” – riportano le nove Ong della coalizione italiana ( ActionAid, Amref, Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Intersos, Save the Children e il Vis).

“Due successive stagioni delle piogge particolarmente scarse hanno determinato una situazione drammatica, con conseguenze che potrebbero ulteriormente aggravarsi” – riporta il Cesvi, una delle Ong da tempo attive nel Corno d’Africa. “Come conseguenza, in alcune aree della regione il prezzo del grano è salito tra il 100 e il 200%, riducendo la disponibilità di alimenti per le famiglie e per il bestiame, che rappresenta una delle principali fonti di sussistenza nell’area”. Lo conferma Vincent Annoni, coordinatore regionale del Cesvi per Kenya, Somalia e Sudan: “La perdita dei raccolti mette a rischio la sopravvivenza delle famiglie. Per quanto riguarda l’allevamento – che nella regione è principalmente di cammelli e mucche – è addirittura devastante l’effetto, perché ci sono famiglie che hanno perso quasi la metà delle loro mandrie. Dal punto di vista sanitario, medico, non avendo risorse proprie, non si può accedere a servizi medici che sono a pagamento. Inoltre, non si può avere accesso all’acqua perché anche l’acqua, in questo angolo del mondo, è a pagamento”.

In Somalia, inoltre, la siccità si somma a una crisi politica e militare che non trova soluzione ormai da vent’anni, con migliaia di persone che stanno lasciando le loro case per rifugiarsi nei paesi vicini, anch’essi allo stremo a causa della siccità. Nel campo di Dadaab, in Kenya, in pochi giorni si è passati da 300 mila a 400 mila sfollati, un incremento che mette a dura prova le già limitate risorse delle agenzie umanitarie. Diverse agenzie umanitarie stanno intensificando gli sforzi e nei giorni scorsi António Guterres, l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati si è recato in Etiopia e Kenya per promuovere misure per assistere i rifugiati in fuga da guerra e siccità in Somalia.

A seguito della visita dell’Alto Commissario Onu, il primo Ministro del Kenya, Raila Odinga, ha annunciato l’apertura dell’estensione Ifo II all’interno del complesso di campi di rifugiati di Dadaab, vicino al confine con la Somalia. L’Agenzia dell’Onu considera l’estensione importante per alleviare il congestionamento di Dadaab, dove ogni giorno arrivano in media circa 1.300 rifugiati somali, in fuga dalla guerra e dalla siccità nel proprio paese. “Se si contano anche coloro che vivono accampati ai margini del campo, il numero di rifugiati somali a Dadaab adesso sfiora quota 380mila. Il complesso di campi è stato costruito nel 1991 con lo scopo di accogliere 90mila persone: si tratta del più esteso e adesso il più congestionato e uno dei più remoti campi di rifugiati al mondo, dove fino a 5 famiglie condividono spazi progettati per una” – riporta l’UNHCR che sta organizzando un imponente ponte aereo con il quale trasporterà tende e altri aiuti nella remota regione di frontiera.

Le cause di questa situazione sull’orlo della crisi umanitaria sono da ricercarsi – come detto – nelle scarse precipitazioni verificatesi nel corso delle ultime due stagioni delle piogge. Una conseguenza dei cambiamenti climatici in atto sul pianeta che, secondo IPCC (Centro Scientifico Intergovernativo per il Cambiamento Climatico), colpiscono con particolare gravità l’area del Corno d’Africa. “Una crisi prevedibile che era già stata annunciata da mesi dalle Organizzazioni Internazionali e dalle Ong presenti sul campo, ma che ancora oggi, nonostante la sua gravità, non trova una attenzione diffusa da parte dei media e dei donatori” – sottolineano le Ong di Agire.

“Per ora – si legge nell’appello – la Comunità Internazionale, e soprattutto il sistema mediatico, non hanno dato voce alla crisi umanitaria in corso. L’appello delle Nazioni Unite – fissato a 691 milioni di dollari – è stato finanziato solo per il 30%. La conseguenza di questa disattenzione è che le organizzazioni internazionali possano non avere fondi a sufficienza per fare fronte alle necessità delle popolazioni colpite e che enormi bisogni sul terreno restino privi di adeguata assistenza”.

Nei giorni scorsi anche l’Oxfam ha lanciato un appello per un pronto intervento nella regione. ““Si tratta di affrontare quella che si profila come la peggiore crisi umanitaria del ventunesimo secolo – spiega il presidente di Oxfam Italia, Francesco Petrelli. Naturalmente i milioni di persone colpite hanno bisogno che sia trovata una soluzione a lungo termine grazie agli investimenti e alla volontà politica dei Governi e delle organizzazioni internazionali. Ma adesso, faccio appello alla generosità e alla solidarietà di tutti, perché in primo luogo, dobbiamo prevenire una tragedia umanitaria”.

Anche l’Unicef sta intervenendo soprattutto in Somalia dove oltre 500mila bambini soffrono di malnutrizione acuta e hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. “La regione meridionale del Paese è la più colpita: qui si concentra l’80% dei casi di malnutrizione. In alcune zone del Sud somalo, un bambino ogni tre soffre è colpito da questo flagello” – riporta l’Unicef. Il Direttore generale dell’Unicef si è recato a Nairobi (Kenya) e nella regione del lago Turkana, un distretto nel Nord-ovest del Kenya con una popolazione di 850mila persone, per la maggior parte dediti alla pastorizia.

La zona del Lago Turkana è al centro delle attività di costruzioni di mega-impianti di dighe che – come hanno ripetutamente denunciato le campagne internazionali – avranno un impatto “devastante” sulla vita delle popolazioni indigene. Il caso che più direttamente ha riguardato l’Italia è quello della contestata diga Gibe III che potrebbe condannare le tribù etiopi della bassa Valle dell’Omo alla dipendenza dagli aiuti alimentari. Al riguardo, lo scorso anno la rete di ong europee Counter Balance, Friends of Lake Turkana, Survival International, International Rivers e l’italiana CRBM hanno lancaito la campagna ‘Stop a GIBE 3‘ e promosso una petizione online per chiedere lo stop ai finanziamenti internazionali e italiani per la costruzione della diga di Gibe III, in Etiopia. Lo scorso maggio, il Ministero degli Esteri italiano ha annunciato non concederà alcun prestito al governo etiope per la realizzazione della diga di Gibe III, sul fiume Omo: il Governo etiope avrebbe infatti rinunciato a dare ulteriore seguito alla richiesta di finanziamento a credito d’aiuto del progetto idroelettrico in esame e il Ministero degli Esteri non staccherà il previsto assegno di 250 milioni di euro, a copertura parziale del miliardo e mezzo necessario per far sorgere lo sbarramento. [GB]

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