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Italia dei veleni, ora c’è una mappa

In Senza categoria on novembre 11, 2011 at 9:21 am

 

LA RICERCA

Italia dei veleni, ora c’è una mappa

Da Porto Marghera a Gela, tanti italiani si sono ammalati per inquinamento e contaminazioni

Porto Marghera, uno dei siti più inquinanti d”Italia

MILANO – Non c’è solo un’Italia sott’acqua, flagellata dalle piogge e spazzata dalle alluvioni. C’è anche un’Italia avvelenata dall’impetuoso sviluppo industriale realizzato dal secondo dopoguerra ad oggi. Il miracolo economico ha portato ricchezza ma anche inquinamento e malattie, in primo luogo nelle popolazioni che vivono nei grandi centri industriali – da Porto Marghera a Gela, da Taranto a Porto Torres solo per citare i più noti. Da martedì sono infatti disponibili i risultati dello studio Sentieri, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e pubblicato sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione.

LA RICERCA – La ricerca, finanziata dal Ministero della salute, ritrae la situazione sanitaria di 44 luoghi sparsi per tutto il paese in cui le condizioni ambientali fanno ammalare e morire la popolazione più della media, soprattutto nel Meridione. Questa “Italia da salvare” è composta da 44 delle 57 aree che con diversi decreti nei decenni passati  i vari governi hanno individuato come siti da bonificare, vedi la mappa. Esaminando le statistiche di mortalità di queste aree (per un totale di 298 comuni con 5,5 milioni di abitanti) nel periodo 1995-2002, lo studio dell’ISS ha riscontrato un eccesso di mortalità rispetto alle medie regionali: 10mila morti in più in otto anni rispetto al numero atteso se si considerano tutte le cause di morte. Cifra che scende a 3.508 decessi se si considerano invece solo le malattie più chiaramente riconducibili al fatto di vivere vicino a impianti siderurgici e petrolchimici, raffinerie, inceneritori, discariche, porti, cave di amianto e miniere. C’è insomma un pezzo non piccolo d’Italia, pari a un decimo della popolazione, che sta decisamente peggio degli altri.

LE VITTIME – Il caso più palese è rappresentato dalle 416 morti in eccesso per tumore alla pleura nei siti contaminati da amianto, per la presenza di cave di estrazione del minerale o di impianti di lavorazione (come Balangero, Casale Monferrato e la Fibronit di Bari). Pesante il bilancio sanitario anche vicino ai grandi impianti petrolchimici e siderurgici, come le raffinerie di Porto Torres e Gela,  le acciaierie di Taranto, le miniere del Sulcis-Iglesiente e la chimica di Porto Marghera, dove si registra l’aumento di mortalità per tumore al polmone e malattie respiratorie non tumorali. O i decessi in più per insufficienza renale e altre malattie del sistema urinario causate dalle emissioni di metalli pesanti, composti alogenati e idrocarburi degli stabilimenti di Piombino, Massa Carrara, Orbetello o la bassa valle del fiume Chienti. Anche un discreto aumento di decessi legati a malformazioni congenite è stato associato all’inquinamento da metalli pesanti e altre sostanze a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres. “Da notare che per Massa Carrara, dove le industrie più inquinanti sono state chiuse negli anni ’80 ma la bonifica non è stata ancora effettuata, si registra l’eccesso maggiore di mortalità per cause ambientali: oltre 170 decessi in più ogni anno (13% in più dei decessi attesi)” commenta un altro autore dello studio, Fabrizio Bianchi del CNR di Pisa. La lunga storia dello stabilimento Caffaro di Brescia, infine, con la contaminazione di PCB nei terreni circostanti in piena città, ha lasciato il segno nei dati di mortalità con un aumento di casi di linfomi non-Hodgkin.

NON MUOIONO SOLO GLI OPERAI – «Lo studio fotografa la situazione sanitaria di una porzione rilevante del paese determinata dall’inquinamento industriale degli anni ’50-’70. Un tributo pagato dalle popolazioni locali all’industrializzazione del paese, che ha lasciato un segno pesante nella contaminazione dei suoli e delle falde, dei fiumi e nei tratti di mare antistanti le aree più critiche» spiega il coordinatore Pietro Comba, dell’Istituto Superiore di Sanità. «I prossimi passi prevedono l’analisi in queste aree delle malattie e dei ricoveri per vedere se a una aumentata mortalità corrisponde anche – come è prevedibile – una maggior carico di malattie di natura ambientale, e quanto questa situazione perduri ancora oggi». Come sapere se queste morti non riguardano però soprattutto gli operai che hanno lavorato nelle industrie interessate dallo studio? «Ce lo dice il fatto che per quasi tutte le malattie considerate la mortalità ha riguardato sia gli uomini sia le donne e tutte le classi d’età. Tutta la popolazione quindi è stata più o meno interessata dalla contaminazione diffusa» spiega l’autrice di SentieriRoberta Pirastu, della Sapienza di Roma. «Una popolazione che, già penalizzata da condizioni socioeconomiche sotto la media, deve per giunta fare i conti con una maggiore concentrazione di attività inquinanti» aggiunge Francesco Forastiere del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio. «Loro pagano in prima persona con morti e malattie, mentre le bonifiche, in forte ritardo, le paga tutta la collettività e quasi mai i privati che hanno determinato queste situazioni». Per approfondimenti, il sito di www.scienzainrete.it

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