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Il manifesto dei poveri: per non morire di capitalismo

In Senza categoria on maggio 29, 2012 at 8:59 am

Frans van der Hoff – Foto: vitatrentina.it

Sandali ai piedi (ora un po’ meno, perché qualche acciacco dell’età si fa sentire) e la borsa di lana a tracolla. È questa l’immagine più frequente di Frans van der Hoff, prete olandese, da più di 30 anni in America Latina, prima in Cile e poi in Messico. In Cile a condividere la vita dei minatori nel ventre della terra a estrarre il rame fino al settembre del 1973 quando il colpo di stato di Pinochet lo costringe ad andarsene. Dopo sette anni a Città del Messico, Francisco – così lo chiamano i “suoi” campesinos messicani- sceglie definitivamente di stabilirsi nella regione di Oaxaca accanto ai piccoli produttori di caffè.

Intervenuto a Bolzano per presentare il suo libro sul commercio equo e solidaleIl manifesto dei poveri”, edito dal Margine, p. Francisco ha raccontato quella che è stata la sua esperienza di vita rivendicando la possibilità che un’alternativa all’attuale modello di sviluppo sia realizzabile. Coniugare un’economia che funziona (che dà un reddito e può garantire una vita dignitosa) con la vicinanza e la solidarietà. Un intento che le persone possono raggiungere per la migliore realizzazione di se stessi. “Uno sviluppo senza limiti è assurdo” ha ribadito con forza Francisco, che ravvisa nel modello economico capitalistico, agonico ma ancora egemonico, una via senza uscita che moltiplica gli impulsi di egoismo e isolamento degli individui e della società. È come se volessimo “sfamare la fame che abbiamo già saziato” in modo continuo e compulsivo, prigionieri di bisogni materiali superati.

Così ha sottolineato Rudi Dalvai, fondatore di Altromercato, che accompagna il prete olandese in un giro per l’Italia, definendolo un “intellettuale agreste” capace di coniugare l’intuito e lo spessore culturale (Francisco parla sette lingue ed è stato premiato in diverse università americane ed europee) con una vita semplice accanto ai contadini che vogliono riscattarsi dalla loro situazione di degrado. Perché proprio di questo si intende e si pratica, nelle comunità campesine: un lento e graduale cammino verso il riscatto e la dignità. Una vasta area rurale, immersa in un’atavica povertà, dove i lavoratori del caffè erano costretti ed adusi a giornate interminabili e faticose e a un lavoro duro e sottopagato. Dipendevano dai vari intermediari, non avevano diritto di parola, dovendo – sempre – piegare la testa. Nel 1981 – ricorda ora Francisco – cominciano una serie di assemblee con 150 agricoltori che vanno avanti per diversi giorni. Si discute di come organizzarsi, in che modo affrontare le incombenze derivanti dai prestiti, come migliorare le proprie condizioni materiali di vita quotidiana.

È l’inizio di un processo di coscientizzazione che porta poi alla creazione della cooperativa Uciri che garantisce l’approvvigionamento di caffè alla rete del commercio alternativo e del primo marchio equo e solidale “Max Havelaar”. Soprattutto è iniziata a sedimentarsi la consapevolezza delle proprie capacità. Si insiste su alcune cose: il giusto riconoscimento del lavoro salariato (“il lavoro umano ha una sua dignità e un suo prezzo”); il rispetto per i cicli di riposo della terra; la formazione cooperativa in cui le decisioni si prendono assieme, stando con i piedi per terra ovviamente, perché non è indifferente, ad esempio, un aumento da 2 a 4 dollari al giorno per i campesinos produttori di caffè. Scegliere il biologico è una scelta di fondo che vuol dire rispetto per la terra e per la salute.

A descriverla sembrano passaggi brevi, e invece c’è voluto tanto tempo, fatica, pazienza, difficoltà a non finire. Francisco alleva 50 galline, scambia le uova con verdure che altri contadini gli danno. Il piccolo paese di Barranca, cinquecento persone – quando lui è arrivato – abbandonate e sfruttate, adesso è come fiorito. I bambini vanno a scuola, si cura l’igiene, le casette sono dignitose anche se ancora di fango. L’insegnamento è quello di recepire e introdurre nuove regole in un moto dinamico capace di superare l’arrivismo e lo spreco a favore della cooperazione e della sobrietà che valorizza la qualità delle relazioni. Quando qualche contadino messicano delle comunità di p. Francisco giunge in Italia (e succede per attivare iniziative e solidarietà) avverte subito una profonda discrepanza; non è il suo e della sua gente, questo modo di vivere e di concepire l’economia e la vita stessa: troppa frenesia, troppa competizione. E poi – chiede – sono proprio necessarie tutte queste cose di cui disponiamo? Ne possiamo fare di più semplici?

Gli risponde Terra Futura che propone tutt’altro stile di vita come una biopizzeria itinerante che gira per le piazze utilizzando un forno su ruote alimentato a pellet e insieme educa al biologico e all’equo e solidale, distributori automatici di bevande e snack biologici e del commercio equo, un deumidificatore da parete che funziona senza energia elettrica, un detersivo ottenuto da oli post consumo raccolti e riciclati, un barbecue ad energia solare, una nuovissima auto elettrica a 5 posti che raggiunge la velocità 145 km/h senza produrre emissioni né rumori.

Una nuova rivoluzione. Come quella di Frans van der Hoff propostaci 30 anni fa.

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