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Guerra, veleni e morte nell’eden sardo: al via il processo Quirra

In Senza categoria on luglio 12, 2012 at 6:37 am

Bambini nati deformi, vite stroncate da tumori e leucemie nel fiore della giovinezza, veleno radioattivo nelle ossa dei pastori, aborti di agnelli nati ciechi, sordi, con due teste o un occhio solo. Non è un film dell’orrore, ma la storia infinita della zona dentro e intorno al Poligono Interforze Salto di Quirra (Pisq), in provincia di Cagliari, che con i suoi 120 km quadrati tra mare e terra è il più grande poligono militare in Europa.

Dopo tante battaglie e proteste rimaste un po’ in sordina, ora la storia sta forse giungendo a un epilogo: il 20 giugno 2012 è infatti cominciato il processo sui “misteri di Quirra”, con la prima udienza preliminare presso il tribunale di Lanusei, che ha visto venti persone finire sul banco degli indagati. Tra loro, generali dell’Aeronautica, ricercatori e tecnici universitari, chimici e scienziati della società che si occupa di analisi e controlli, la Sgs Italia. I capi d’accusa: omissioni dolose, favoreggiamento, falso ideologico in atto pubblico. Avviso di garanzia anche per Walter Mura, l’ex sindaco di Perdasdefogu (il paesino cagliaritano su cui sorge il poligono), per “ostacolo aggravato a indagini su disastro ambientale”. Tutti finiti sotto la lente indagatrice dell’instancabile procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi, che un anno e mezzo fa ha dato avvio alle indagini e da allora non si è mai fermato.

Da segnalare lo straordinario numero di associazioni, enti, individui che si sono costituiti parte civile: oltre 40, un vero record. Tra questi, la Provincia di Cagliari, i comuni vicini di Villaputzu, Villagrande, Ulassai e Tertenia, la Asl 4 di Lanusei, Legambiente, lo storico comitato Gettiamo le basi, i familiari delle persone morte di tumore, alcuni gruppi aderenti alla Coldiretti. Persino i pastori, stavolta, si sono messi dalla parte di chi contesta il Pisq. Nonostante siano tra i più colpiti dalla cosiddetta “sindrome di Quirra”, ovvero i tumori e le malattie “sospette” nate all’ombra del poligono, i pastori non hanno mai simpatizzato con le proteste, che spesso hanno messo in difficoltà la loro economia e impedito loro l’accesso ai pascoli. Ora, però, anche loro pretendono delle certezze. “A prescindere che il poligono sia o meno inquinato, e questo lo stabilirà la giustizia, gli allevatori sono gli unici che in quest’anno e mezzo hanno già scontato una pena durissima e qualcuno per questo li dovrà risarcire” ha detto il presidente provinciale della Coldiretti, Simone Cualbu.

Due i grandi assenti alla prima udienza: la Regione Sardegna, che però ha assicurato si costituirà parte civile a breve, e ministeri dell’Ambiente e della Difesa. E infatti, il procuratore Fiordalisi ha aperto i lavori con questa domanda rivolta al giudice: “Può lo Stato decidere di difendere i suoi uomini e non invece se stesso?” Per il procuratore, infatti, è come se lo Stato abbia fatto una precisa scelta di campo preferendo difendere gli indagati (in questo caso i militari) piuttosto che lo Stato stesso, ovvero i cittadini. Se ci sarà un cambio di rotta, e se gli indagati verranno rinviati a giudizio, lo scopriremo nelle prossime udienze previste il 18 e 25 luglio.

Intanto, la macchina della giustizia si è messa in moto. Tutto è cominciato a gennaio 2011, dopo la diffusione via stampa di un rapporto dei due veterinari Giorgio Mellis e Sandro Lorrai, nell’ambito di un piano di monitoraggio ambientale voluto dal Ministero della Difesa, secondo il quale intorno al poligono ci sarebbero alte incidenze di tumori tra i pastori e animali nati deformi negli ovili della zona. Così, il procuratore di Lanusei ha deciso di aprire un’inchiesta, disponendo perquisizioni, sequestri e sgomberi delle aree interessate. Fino al maggio 2012 quando, in un’audizione fiume davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta al Senato sul caso Quirra, Fiordalisi denuncia senza mezzi termini la presenza, all’interno e all’esterno del Poligono, di “inquinamento da radioattività”.

La prova decisiva arriva dalla riesumazione di quindici salme di pastori morti di leucemia e linfomi, su cui l’Arpas e il perito scelto dalla procura, il fisico Evandro Lodi Rizzini, hanno effettuato delle analisi. I risultati hanno evidenziato in dodici salme su quindici la presenza di torio 232 nelle ossa in misura decisamente più alta rispetto alla norma. Secondo quanto accertato dagli inquirenti, i dodici pastori in questione avevano fatto pascolare il proprio bestiame nelle aree del poligono, mentre gli altri tre, sulle cui ossa non è stata rivelata la presenza di torio, non portavano il gregge al pascolo in quelle zone.

Ma cos’è il torio 232? Si tratta di un elemento altamente radioattivo, che se disperso nell’ambiente può provocare gravi danni alla salute degli uomini e degli animali anche dopo molti anni. “La fonte è un razzo che è stato utilizzato in tutta Europa – spiega Fiordalisi – il missile anticarro Milan, prodotto da una società europea, la MBDA, partecipata al 25% da Finmeccanica. Nelle versioni fabbricate prima del 1999 il Milan conteneva questa sostanza nel suo sistema di guida, e in Sardegna per le esercitazioni e le sperimentazioni ne sono stati utilizzati quasi 2000”. Ad ogni lancio, il torio si disperdeva nebulizzato nel territorio per tutta la gittata, e secondo quanto riferito da Fiordalisi, con il decadimento le particelle alfa emesse risulterebbero addirittura più pericolose del famigerato uranio impoverito (anch’esso secondo alcune analisi presente nella zona).

Non solo. Le indagini del procuratore di Lanusei hanno evidenziato come il poligono sia stato utilizzato anche come discarica militare da parte dell’esercito. Scarti e munizioni di vario genere venivano fatti “brillare” presso la base, e il materiale tossico residuo veniva poi raccolto in grossi bidoni interrato nello stesso poligono. “In località Is Pibiris nel comune di Perdasdefogu – racconta Fiordalisi – è stata trovata una discarica di rifiuti militari pericolosi larga un ettaro. Queste sostanze estremamente nocive si riversavano nelle falde acquifere, in un terreno per di più carsico, e finivano poi nel fiume e nei corsi d’acqua che alimentano le mandrie e gli animali nei vari ovili, dove si sono verificati purtroppo tanti casi di pastori deceduti”.

C’è da dire che l’inquinamento è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Da decenni, infatti, nel poligono militare interforze Salto di Quirra, esercito italiano e aziende private sperimentano missili, razzi, e nuovi armamenti da esportare poi nelle guerre di tutto il mondo. Per non parlare delle numerose società che vi testano la resistenza allo scoppio di infrastrutture meccaniche, come gasdotti e oleodotti. Bombe, caccia, carri armati, esplosioni visibili da chilometri, il tutto accanto a paesaggi da sogno, tra mare cristallino e candide spiagge su cui ogni anno si riversano migliaia di turisti (sempre che i “giochi di guerra” lo permettano).

Con l’apertura del processo, il futuro del poligono è incerto. Da una parte gli abitanti di Perdasdefogu temono di perdere la loro più importante fonte di lavoro e sostentamento, dato che gli indennizzi per la servitù militare finora sono stati una manna per il bilancio comunale e hanno permesso agli abitanti un tenore di vita molto più alto rispetto alla media della zona; dall’altro le persone, soprattutto ex militari e pastori che sono venuti a contatto col poligono, continuano ad ammalarsi e a morire di tumori e linfomi. La Commissione uranio impoverito al Senato ha votato all’unanimità per la chiusura e , ma i tempi per questo, e soprattutto per le eventuali bonifiche, saranno molto, molto lunghi.

 

Il manifesto dei poveri: per non morire di capitalismo

In Senza categoria on maggio 29, 2012 at 8:59 am

Frans van der Hoff – Foto: vitatrentina.it

Sandali ai piedi (ora un po’ meno, perché qualche acciacco dell’età si fa sentire) e la borsa di lana a tracolla. È questa l’immagine più frequente di Frans van der Hoff, prete olandese, da più di 30 anni in America Latina, prima in Cile e poi in Messico. In Cile a condividere la vita dei minatori nel ventre della terra a estrarre il rame fino al settembre del 1973 quando il colpo di stato di Pinochet lo costringe ad andarsene. Dopo sette anni a Città del Messico, Francisco – così lo chiamano i “suoi” campesinos messicani- sceglie definitivamente di stabilirsi nella regione di Oaxaca accanto ai piccoli produttori di caffè.

Intervenuto a Bolzano per presentare il suo libro sul commercio equo e solidaleIl manifesto dei poveri”, edito dal Margine, p. Francisco ha raccontato quella che è stata la sua esperienza di vita rivendicando la possibilità che un’alternativa all’attuale modello di sviluppo sia realizzabile. Coniugare un’economia che funziona (che dà un reddito e può garantire una vita dignitosa) con la vicinanza e la solidarietà. Un intento che le persone possono raggiungere per la migliore realizzazione di se stessi. “Uno sviluppo senza limiti è assurdo” ha ribadito con forza Francisco, che ravvisa nel modello economico capitalistico, agonico ma ancora egemonico, una via senza uscita che moltiplica gli impulsi di egoismo e isolamento degli individui e della società. È come se volessimo “sfamare la fame che abbiamo già saziato” in modo continuo e compulsivo, prigionieri di bisogni materiali superati.

Così ha sottolineato Rudi Dalvai, fondatore di Altromercato, che accompagna il prete olandese in un giro per l’Italia, definendolo un “intellettuale agreste” capace di coniugare l’intuito e lo spessore culturale (Francisco parla sette lingue ed è stato premiato in diverse università americane ed europee) con una vita semplice accanto ai contadini che vogliono riscattarsi dalla loro situazione di degrado. Perché proprio di questo si intende e si pratica, nelle comunità campesine: un lento e graduale cammino verso il riscatto e la dignità. Una vasta area rurale, immersa in un’atavica povertà, dove i lavoratori del caffè erano costretti ed adusi a giornate interminabili e faticose e a un lavoro duro e sottopagato. Dipendevano dai vari intermediari, non avevano diritto di parola, dovendo – sempre – piegare la testa. Nel 1981 – ricorda ora Francisco – cominciano una serie di assemblee con 150 agricoltori che vanno avanti per diversi giorni. Si discute di come organizzarsi, in che modo affrontare le incombenze derivanti dai prestiti, come migliorare le proprie condizioni materiali di vita quotidiana.

È l’inizio di un processo di coscientizzazione che porta poi alla creazione della cooperativa Uciri che garantisce l’approvvigionamento di caffè alla rete del commercio alternativo e del primo marchio equo e solidale “Max Havelaar”. Soprattutto è iniziata a sedimentarsi la consapevolezza delle proprie capacità. Si insiste su alcune cose: il giusto riconoscimento del lavoro salariato (“il lavoro umano ha una sua dignità e un suo prezzo”); il rispetto per i cicli di riposo della terra; la formazione cooperativa in cui le decisioni si prendono assieme, stando con i piedi per terra ovviamente, perché non è indifferente, ad esempio, un aumento da 2 a 4 dollari al giorno per i campesinos produttori di caffè. Scegliere il biologico è una scelta di fondo che vuol dire rispetto per la terra e per la salute.

A descriverla sembrano passaggi brevi, e invece c’è voluto tanto tempo, fatica, pazienza, difficoltà a non finire. Francisco alleva 50 galline, scambia le uova con verdure che altri contadini gli danno. Il piccolo paese di Barranca, cinquecento persone – quando lui è arrivato – abbandonate e sfruttate, adesso è come fiorito. I bambini vanno a scuola, si cura l’igiene, le casette sono dignitose anche se ancora di fango. L’insegnamento è quello di recepire e introdurre nuove regole in un moto dinamico capace di superare l’arrivismo e lo spreco a favore della cooperazione e della sobrietà che valorizza la qualità delle relazioni. Quando qualche contadino messicano delle comunità di p. Francisco giunge in Italia (e succede per attivare iniziative e solidarietà) avverte subito una profonda discrepanza; non è il suo e della sua gente, questo modo di vivere e di concepire l’economia e la vita stessa: troppa frenesia, troppa competizione. E poi – chiede – sono proprio necessarie tutte queste cose di cui disponiamo? Ne possiamo fare di più semplici?

Gli risponde Terra Futura che propone tutt’altro stile di vita come una biopizzeria itinerante che gira per le piazze utilizzando un forno su ruote alimentato a pellet e insieme educa al biologico e all’equo e solidale, distributori automatici di bevande e snack biologici e del commercio equo, un deumidificatore da parete che funziona senza energia elettrica, un detersivo ottenuto da oli post consumo raccolti e riciclati, un barbecue ad energia solare, una nuovissima auto elettrica a 5 posti che raggiunge la velocità 145 km/h senza produrre emissioni né rumori.

Una nuova rivoluzione. Come quella di Frans van der Hoff propostaci 30 anni fa.

L’animale domestico? È un «lusso»

In Senza categoria on maggio 18, 2012 at 6:07 pm

 

(Fotogramma)(Fotogramma)

MILANO – Qualcuno, come il leghista Claudio D’Amico, alla fine ha commentato: «Manca solo che il governo Monti tassi pure l’aria». Certo è che la possibilità d’introdurre una tassa comunali sul possesso di cani e gatti farà discutere. Una proposta in dirittura d’arrivo in commissione Affari sociali della Camera prevede infatti che i comuni possano istituire una tariffa per i proprietari di cani e gatti per finanziare iniziative contro il randagismo. Il sottosegretario all’Economia Polillo ha detto di condividere il balzello almeno «in linea di principio». Salvo poi successivamente fare una clamorosa marcia indietro: «Tranquilli: nessuna tassa sugli animali domestici. Era solo una battuta nei confronti di un deputato che l’aveva proposta». 

IL PROVVEDIMENTO – «I Comuni – si legge nel testo della proposta di legge – possono deliberare, con proprio regolamento, l’istituzione di una tariffa comunale al cui pagamento sono tenuti i proprietari di cani e gatti e destinata al finanziamento di iniziative di prevenzione e contrasto del randagismo». La commissione ha completato l’esame del provvedimento e ora il testo è alle altre commissioni competenti per i pareri e dunque potrebbe presto approdare in Aula. Durante l’iter è stato anche approvato un emendamento dell’Idv che esonera dalla tassa «i cittadini che hanno adottato un cane o un gatto in una struttura comunale». Il provvedimento («Norme in materia di animali d’affezione e di prevenzione del randagismo e tutela dell’incolumità pubblica») aveva iniziato il suo iter nell’aprile 2009 a partire da una proposta di legge di due deputate del Pdl, Jole Santelli e Fiorella Rubino Ceccacci. L’esame è stato completato lo scorso 6 marzo. È composto di 39 articoli e prevede, tra l’altro, la creazione di un’anagrafe degli animali d’affezione, l’obbligo di segnalare se si trova un animale ferito al servizio veterinario pubblico che deve prontamente intervenire o ancora i cimiteri per gli animali d’affezione. I Comuni sono tenuti a una serie di compiti per la prevenzione e il contrasto del randagismo tra cui «incentivi per l’adozione degli animali, prestazioni medico-veterinarie di base erogate da medici veterinari liberi professionisti in regime di convenzione con i comuni, piani di controllo delle nascite con sterilizzazioni». Ed è a questi fini che l’amministrazione comunale può istituire la nuova tassa. Sul provvedimento la commissione Finanze ha chiesto una relazione tecnica del governo per le coperture. In commissione come detto, secondo quanto riportano i bollettini parlamentari, il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo, ha detto di «concordare in linea di principio con l’istituzione di una nuova tassa sugli animali domestici».

ANCI – La tassa sui cani e sui gatti «non è in cima alle nostre priorità ma è vero che si spendono soldi pubblici» per canili e gattili ha sottolineato il Presidente dell’Anci, l’Associazione dei comuni italiani, Graziano Delrio, commentando l’ipotesi di una tassa su cani e gatti, nel corso della conferenza stampa al termine della riunione dell’Ufficio di presidenza.

COMMENTI – Numerosi i commenti contrari alla nuova tassa da parte delle forze politiche. Anche da parte dello stesso Pdl che ha dato vita alla proposta. «Costringere i proprietari di cani e gatti a pagare una tasse ulteriore è un’idea assurda. Non so se questa proposta andrà avanti, ma certamente al Senato non passerà mai» ha dichiarato il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri.  «Ormai stiamo raggiungendo livelli surreali di tassazione. La tassa sui cani e sui gatti in realtà è una tassa sugli affetti: a quando una tassa sugli amici?» ha dichiarato invece il Presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli.  «È qualcosa di sciagurato. Il mio è un no deciso» ha detto invece l’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, presidente Lega italiana difesa animali. «È qualcosa di sciagurato. Possedere un animale domestico è un diritto che deve essere garantito – afferma Brambilla – anche per il ruolo sociale che svolgono gli animali, pensiamo alle persone sole». Poi, osserva l’ex ministro, «c’è da dire che gli animali sono dei veri e propri membri della famiglia, allora cosa facciamo, tassiamo i figli», si domanda. «Il mio – e conclude – è un no deciso a questa tassa».

Redazione Online18 maggio 2012 | 18:12© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edifici italiani colabrodo e Italia inadempiente

In Senza categoria on aprile 27, 2012 at 9:33 am

nostro Paese di fronte alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per mancato recepimento delle direttive europee sull’efficienza energetica. Le case consumano troppo e nelle compravendite la certificazione energetica diventa un optional

Edifici italiani colabrodo e Italia inadempienteLa Commissione europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’UE per non essersi pienamente conformata alla direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico nell’edilizia.
La direttiva – ricorda la Commissione in una nota – prevede che, in fase di costruzione, compravendita o locazione di un edificio, l’attestato di certificazione energetica sia messo a disposizione del proprietario o che questi lo metta a disposizione del futuro acquirente o locatario. Tali attestati e le relative ispezioni devono essere rispettivamente compilati ed eseguite da esperti qualificati e/o accreditati.
Gli edifici consumano il 40% dell’energia europea e sono all’origine del 36% delle emissioni di anidride carbonica (Co2), ma in Italia si fa ancora troppo poco per limitare i consumi. Gli attestati di certificazione energetica sono obbligatori nelle compravendite e le prestazioni degli edifici devono essere sempre indicati dalle agenzia, ma in mancanza di adeguate sanzioni gli operatori del settore continuano a fare i furbi, e gli Italiani non si preoccupano più di tanto del fabbisogno energetico degli immobili. Purtroppo non è la prima volta che il nostro Paese è sottoposto a una procedura di infrazione a causa della non completa trasposizione della direttiva 2002/91/CE. Il procedimento di infrazione nei confronti dell’Italia per recepimento incompleto e non corretto della direttiva è stato avviato nel 2006. E poi ancora nel novembre 2010. Ed era arrivato un nuovo avvertimento da parte della Commissione nel settembre del 2011. Allora la Commissione europea inviò alle autorità italiane un parere motivato, secondo passaggio nella procedura di infrazione europea, lamentando lacune nella legislazione italiana in merito alla certificazione dei consumi energetici degli edifici e riguardo ai controlli periodici sugli impianti di climatizzazione.
Nonostante diverse lettere di costituzione in mora e pareri motivati inviati alle autorità italiane, la normativa continua a non essere conforme alla direttiva.
Come spiega il comunicato della Commissione europea “la direttiva italiana non prevede questo requisito per tutti gli edifici e comprende deroghe all’obbligo di certificazione da parte di un esperto che non sono previste nella direttiva”.
 
Per quanto riguarda i sistemi di condizionamento d’aria, la direttiva prevede ispezioni periodiche che contemplino una valutazione dell’efficienza del sistema e del suo dimensionamento, corredata da raccomandazioni in merito ai possibili miglioramenti. Ma le autorità italiane finora non hanno notificato alcuna misura attuativa in materia.

Italia: troppo dipendente da petrolio e gas

In Senza categoria on aprile 19, 2012 at 10:23 am

Il nuovo rapporto Enea ci presenta i dati sui consumi energetici nazionali: bruciamo ancora gas e petrolio nel 75% dei casi. Tre gli scenari possibili: se non facciamo qualcosa le emissioni continueranno a salire. La presidenza danese non spinge abbastanza

Italia: troppo dipendente da petrolio e gasLa crisi avanza ma i consumi energetici non diminuiscono. La domanda di energia primaria, in Italia come nel resto del mondo, continua infatti a crescere. Il Rapporto Energia e Ambiente dell’Enea, l’agenzia ministeriale che si occupa di ricerca e divulgazione nel settore energetico, mette in luce la scarsa integrazione sistemica del settore energetico in Italia. 
Nel nostro Paese per la produzione energetica si ricorre principalmente al petrolio (38,4%), che tuttavia registra una progressiva flessione negli ultimi anni , ed è seguito a ruota dal gas naturale (36,6%). Molto più distanti le rinnovabili, con una fetta di produzione calcolata attorno al 12,2% del totale, secondo i dati disponibili del 2010.
Secondo l’analisi è anzitutto necessario ridurre la dipendenza dalle forniture estere, puntando sulla diversificazione delle fonti. Sempre più urgente un intervento per rendere più efficiente la distribuzione, con un sistema di smart grids, le griglie intelligenti di diffusione locale che dovrebbero limitare gli sprechi. Ma bisogna fare di più sull’incentivazione dell’efficienza energetica e sul risparmio conseguibile nel settore residenziale ed industriale. Il rapporto individua tre possibili scenari futuri. Il peggiore dei quali si manifesta in assenza di politiche e misure aggiuntive, con le emissioni che riprenderebbero ad aumentare non consentendo di raggiungere gli obiettivi di riduzione tracciati dalla Commissione Europea.
Le analisi di scenario più favorevoli seguono la Roadmap tracciata dalla Commissione, con una riduzione delle emissioni del 80% da qui al 2050. Secondo il rapporto mancano però alcune tappe intermedie di riduzione: in particolare entro il 2030 le emissioni dei gas a effetto serra dovrebbero essere ridotte del 40% rispetto ai livelli del 1990 ed entro il 2040 del 60%.
Come si fa a ridurre le emissioni? Il primo settore dove intervenire è senz’altro la generazione elettrica ed i costi per il riscaldamento, ma tutti i settori sono chiamati a contribuire, incluso quello più dipendente dalle fonti fossili, quello dei trasporti.

Una nuova strigliata arriva da Bruxelles, secondo cui in materia energetica si starebbero prendendo degli obiettivi al ribasso. Secondo le stime di Bruxelles, i risparmi sui consumi energetici non riuscirebbero a coprire più del 38% dell’impatto previsto dal piano di tagli presentato dalla stessa Commissione. Da qui le critiche alla reggenza danese, la cui nazione brilla a livello nazionale, ma non starebbe imponendo la giusta direzione agli stati membri. Il ritardo sarebbe dovuto, in particolare, ad impegni poco ambiziosi nell’edilizia pubblica e privata. Il tutto si traduce in un abbassamento del risparmio dalle 151,5 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti, cifra inclusa nel piano della Commissione, ai 58,1 milioni indicati dalla presidenza di turno danese

La lotta contadina per un agricoltura biologica e popolare

In Senza categoria on aprile 19, 2012 at 10:19 am

Il movimento per il diritto alla terra e ad un’agricoltura su piccola scala trova oggi la sua Giornata internazionale. Dal Movimento di Via Campesina alle iniziative di Aiab, che a Roma lancia l’Orto Urbano Biologico

La lotta contadina per un agricoltura biologica e popolareSi celebra oggi, 17 aprile, la Giornata Internazionale di Lotta Contadina. Si tratta di un’iniziativa indetta dal movimento de La Via Campesina in difesa dei contadini e degli allevatori di piccola scala di tutto il mondo per reclamare un modello agricolo e alimentare fondato sui principi della Sovranità Alimentare.
Una giornata per dire basta al Land Grabbing. Si leva forte il grido per fermare la rapina delle terre ad opera di stati e multinazionali, per sostenere il diritto dei popoli a realizzare la propria autosufficienza, con l’accesso all’acqua, alla terra e al libero scambio dei semi.
Nella data del 17 aprile ricorre l’anniversario dal massacro di Eldorado dos Carajás, dove 19 contadini del Movimento Senza Terra furono assassinati dalla polizia brasiliana durante i lavori della seconda conferenza internazionale di Via Campesina.
Anche per ricordare quella strage, nell’agenda dei movimenti sociali riuniti al Forum di Porto Alegre, Via Campesina ha proposto l’inserimento di una Giornata di lotta contadina che chiami alla partecipazione anche gli altri movimenti sociali impegnati in un progetto alternativo alle politiche neoliberiste semplice e chiaro: una vita degna per tutti.
Per l’occasione l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (Aiab) inaugura l’Orto Urbano Biologico della Città dell’Altra Economia di Roma insieme agli studenti del Corso di Avvicinamento all’Agricoltura Biologica dell’UPTER (Università Popolare e della Terza Età di Roma) e agli attivisti dell’Associazione Amig@s MST-Italia.  
Dalle 17 alle 19 AIAB invita soci, simpatizzanti e cittadini a partecipare attivamente alla realizzazione dei primi impianti per l’Orto Urbano, che sarà preso in cura da Aiab Lazio insieme ai contadini che partecipano al Biomercato domenicale della Città dell’Altra Economia.
L’impianto dell’Orto Biologico della Città dell’Altra Economia è anche un’iniziativa simbolica con la quale AIAB intende dimostrare come le terre pubbliche possano essere utilizzate nel quadro della sovranità alimentare e rilanciare la vertenza sulle terre pubbliche già aperta con le mobilitazioni e le iniziative che, dallo scorso febbraio, vedono il mondo rurale e contadino in continuo fermento per fermare l’alienazione indistinta dei terreni demaniali e la svendita del suolo pubblico

Vicino agli inceneritori aumenta la mortalità per tumore

In Senza categoria on aprile 17, 2012 at 2:41 pm
Uno studio riguardante i due inceneritori di Forlì ha evidenziato un’associazione tra esposizione ai fumi e cancro al colon retto negli uomini e aumento di mortalità per tumore tra le donne.

Uno studio riguardante i due inceneritori di Forlì ha evidenziato un’associazione tra esposizione ai fumi e cancro al colon retto negli uomini e aumento di mortalità per tumore tra le donne. Il lavoro, condotto da Arpa Emilia Romagna e ricercatori del Lazio, ha valutato l’esposizione sulla base della caratterizzazione geografica per mezzo di modelli di dispersione degli inquinanti. Le informazioni sugli eventi sanitari sono state raccolte all’interno di uno studio che ha seguito la storia passata di ciascun individuo coinvolto. I due inceneritori oggetto dell’indagine si trovano nel comune di Forlì, a circa 3 km dalla città e a circa 200 metri l’uno dall’altro. Si tratta di un inceneritore di rifiuti solidi urbani (RSU), che ha iniziato ad operare nel 1976, e di un inceneritore di rifiuti ospedalieri, il cui inizio dell’attività risale al 1991. Al di là degli adeguamenti tecnologici effettuati, la posizione e la struttura dei due impianti è rimasta sostanzialmente la stessa nel tempo di osservazione, con l’unica consistente modifica dell’altezza del camino dell’inceneritore di rifiuti speciali, passato da 39 a 49 metri. L’area di studio è stata definita come il cerchio di raggio di 3,5 km intorno ai due inceneritori (il punto centrale è stato definito come equidistante tra di due camini). L’area è ad uso prevalentemente agricolo, il restante territorio sono occupati da tre piccole aree industriali da un centro abitato e dal confine dell’area urbana. Oltre agli inceneritori, le altre fonti principali di inquinamento atmosferico sono il traffico (urbano e autostradale) e il riscaldamento per il periodo invernale. Per la definizione dei traccianti ambientali degli inceneritori e degli altri fattori di pressione presenti nell’area, sono stati considerati i risultati di uno studio ambientale condotto nel periodo 1997-2000. In base a considerazioni sui punti di massima e minima ricaduta degli inceneritori e di tutte le altre fonti e di monitoraggi effettuati in questi punti, è stato deciso di considerare i metalli pesanti come traccianti dell’esposizione ad inceneritori, mentre per tutte le altre sorgenti è stato utilizzato come tracciante il biossido di azoto.

Sono stati coinvolti i soggetti che risiedevano nell’area di studio al 1 gennaio 1990 o che sono entrati successivamente nell’area di studio fino al 31 dicembre 2003. Per questi ultimi, è stato calcolato un minimo di cinque anni di residenza precedenti al periodo di follow-up. Il follow-up è stato effettuato tramite record linkage con la banca dati di mortalità regionale (dal 1990 al 2003), la banca dati del Registro Tumori Romagnolo (dal 1990 al 2003) e il database delle Schede di Dimissione Ospedaliera (dal 1999 al 2003).

Le analisi interne hanno mostrato associazioni con il cancro al colon retto negli uomini.L’esposizione agli inceneritori è risultata associata con la mortalità per tumore tra le donne, in particolare per tutte le sedi tumorali  e per stomaco, colon, fegato e cancro al seno. I risultati, non omogenei tra i sessi e fra i tipi di outcome indagati (mortalità e incidenza), aprono ulteriori domande riguardo alle possibili relazioni causali, offrendo comunque alcuni segnali di interesse da tenere in considerazione per ulteriori studi.

I piccoli agricoltori assediati dall’Imu

In Senza categoria on aprile 5, 2012 at 6:32 am

contadini sono messi alla stretta con le nuove tasse sugli immobili. Ancora insoddisfazione sugli accordi presi da parte di Aiab. Perché non far pagare di più gli allevamenti intensivi e l’agricoltura industriale?

Mentre Coldiretti, Cia, Confagricoltura e Copagri, con una nota congiunta, esprimono soddisfazione per l’approvazione degli emendamenti al Decreto Legge fiscale n.16/2012, Aiab non si dice ancora soddisfatta e chiede l’senzione per tutti i fabbricati rurali strumentali.
“Con l’emendamento al decreto fiscale il governo propone delle rimodulazioni sull’IMU agricola che non riteniamo soddisfacenti, in quanto non alleggeriscono sufficientemente il carico fiscale sulle imprese agricole, andando a gravare in modo insostenibile su un settore che negli ultimi 10 anni ha già perso un terzo dei propri operatori e nell’ambito del quale le aziende zootecniche sono state particolarmente colpite, con un crollo delle aziende dedite all’allevamento di quasi il 70% tra il 2000 e il 2010”. È la valutazione del presidente dell’AIAB, Alessandro Triantafyllidis, sulle proposte governative di emendamento sull’IMU al decreto fiscale.
“L’esenzione sui fabbricati rurali, ad esempio, dovrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale, almeno per la fattispecie dei fabbricati strumentali, e non solo ai comuni montani sopra i mille metri – prosegue Triantafyllidis  -. Dovrebbero avere diritto all’esenzione, quindi, tutti i fabbricati rurali strumentali quali fienili, magazzini per attrezzi e depositi macchine, e anche le stalle degli allevamenti con terra. Mentre si dovrebbero casomai escludere da questa rimodulazione gli allevamenti senza terra, quindi intensivi. Se il governo ritiene che l’agricoltura sia un settore strategico per il Paese – conclude il presidente Alessandro Triantafyllidis – deve fare politiche coerenti che sostengano l’agricoltura estensiva, modello produttivo che preserva il territorio e fornisce buona parte dei prodotti più noti del made in Italy, e in particolare la zootecnia estensiva, essendo il comparto che ha maggiormente risentito della crisi”.

Cacciabombardieri: il parlamento assediato dai pacifisti

In Senza categoria on aprile 5, 2012 at 6:30 am
Sul finanziamento degli F35 la casta parlamentare è stata messa alle strette. La questione è entrata nell’agenda della politica ed i pacifisti mettono a segno un primo importante risultato
Dopo il dibattimento alla Camera dei Deputati è stata approvata la risoluzione Pezzotta che impegna il Governo a subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma al processo di ridefinizione della Difesa.
Secondo Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della Tavola della pace, un primo risultato è stato raggiunto: la questione degli F-35 è infatti entrata definitivamente nell’agenda della politica. Chiunque sosterrà i piani di acquisto di questi cacciabombardieri perderà il sostegno di larga parte dell’opinione pubblica. Il Parlamento ne ha dovuto discutere come non aveva mai fatto prima. E dovrà continuare a farlo in modo sempre più aperto e trasparente. Chi pensava di continuare a giocare sottobanco è stato sconfitto.
“Se non fosse stato per il senso di responsabilità e la tenacia di tanti cittadini e organizzazioni della società civile questo dibattito non ci sarebbe stato. Un primo risultato è stato dunque raggiunto. Lo sforzo non è stato inutile. In altri paesi non sarebbe stato necessario ma questa è la situazione dell’Italia. Oggi la Camera dei deputati ha discusso di spese militari, di armi, forze armate e modello di difesa. Lo ha fatto lesinando le parole di pace con espressioni di segno molto contraddittorio e in larga parte preoccupanti.
Alla fine il Ministro di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e ha scelto di accogliere quasi tutte le mozioni. La mozione dell’IdV contro gli F-35 è stata respinta ma è stata approvata la risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti e altri che impegna il Governo “a subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma, al processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e organizzativi dello strumento militare italiano.” Non è poco. Con la stessa risoluzione il governo dovrà inoltre “assicurare la piena disponibilità ad approfondire il quadro delle scelte sommariamente enunciate dal Ministro della difesa, scelte che riguardano funzioni fondamentali per il nostro Paese, che possono essere formalizzate soltanto con decisioni assunte in Parlamento e non possono essere delegate a sedi di carattere tecnico-amministrativo”.

Fotovoltaico: arriva la norma sul riciclo dei pannelli

In Senza categoria on marzo 13, 2012 at 11:13 pm
Fotovoltaico: arriva la norma sul riciclo dei pannelli. I vecchi pannelli fotovoltaici, giunti a fine ciclo, potranno finalmente essere smaltiti senza provocare danni ambientali.

Fotovoltaico: arriva la norma sul riciclo dei pannelli. E’ stato fissato, infatti, al 30 giugno 2012, il termine entro il quale le aziende produttrici di pannelli dovranno aderire a un sistema o consorzio che garantisca il riciclo dei moduli fotovoltaici. I pannelli fotovoltaici, infatti, sono stati recentemente inclusi anche nella direttiva europea sui Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). L’art. 11.6(a) del decreto ministeriale 5 maggio 2011, il cosiddetto IV Conto Energia, cui si aggiunge anche l’indicazione dell’Unione Europea, prevede che i produttori di moduli fotovoltaici forniscano ai loro clienti garanzie sul riciclo dei pannelli per poter accedere agli incentivi previsti. Con la revisione della direttiva sui Raee l’Unione Europea inserisce questa tipologia di apparecchi a fine vita nella categoria 4 dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. In Italia fra i consorzi strutturati per svolgere anche attività di raccolta, trattamento e riciclo di tutte le componenti degli impianti fotovoltaici, compresi i moduli, c’è ReMedia. “In Italia, nel gennaio 2012, sono stati superati i 330.000 impianti in esercizio – spiega Danilo Bonato, Direttore Generale di ReMedia – con una crescita in due anni in termini di numerosità degli impianti del 450%. Questo andamento ha posizionato, inoltre, il nostro Paese al primo posto nella graduatoria mondiale per potenza entrata in esercizio nel 2011. Il fotovoltaico può portare un beneficio all’ambiente anche a fine vita: dagli impianti fotovoltaici, infatti, si possono ricavare ad esempio vetro, alluminio ma soprattutto indio, gallio, selenide, a rischio di esaurimento per la richiesta esponenziale. In prospettiva un recupero di questi materiali su larga scala consentirà di poter attingere a una miniera urbana di materie prime seconde, riducendo le emissioni di CO2 e il consumo di energia”.

Fonte: Ansa